
INTRODUZIONE*
Alla ricezione della metafisica cartesiana tra il 1690 e il primo trentennio
del Settecento non sono state dedicate molte ricerche specifiche, soprattutto
in Italia. Per la Francia, il giudizio di André Robinet non lascia
spazio ad alcun dubbio. "Une belle polémique sur le 'je pense'
cartésien" ha definito la discussione che si è svolta tra
il 1690 e il 1694 intorno alla Censura philosophiae cartesianae [1689] di
Pierre-Daniel Huet e alla Réponse au livre qui a pour titre P. D. Huetii
[...] censura philosophiae cartesianae [1691] di Pierre-Sylvain Régis[1].
Eppure quella metafisica ha dato vita a polemiche anche violente e ad accesi
dibattiti. Per questo, costituisce un capitolo di quella storia della ricezione
della filosofia cartesiana che non è stata ancora scritta per intero.
Alle animate e spesso sottili controversie di fine secolo su questa metafisica
è dedicata la mia indagine. La conclusione generale: la metafisica
cartesiana viene discussa in quanto modello di indagine razionale del mondo;
per questo, viene interpretata guardando alle altre metafisiche che hanno
preso il davanti della scena: quella di Nicolas Malebranche e quella di Baruch
Spinoza.
Ho limitato la mia ricerca ai dibattiti in Italia - precisamente a Napoli-
e in Francia - precisamente a Parigi. Ho potuto stabilire i legami che vi
sono stati tra Napoli e Parigi e ho potuto definirne la direzione che è
stata sempre e comunque - i casi isolati non fanno testo - da Parigi a Napoli:
la città partenopea ha partecipato al dibattito sulla metafisica come
provincia estrema della République des Lettres. Il mio punto di vista,
tuttavia, è stato quello delle letture che a Parigi e a Napoli sono
state fatte e che hanno alimentato le discussioni. Certo, Napoli è
stato un polo attrattivo per savants, viaggiatori e curiosi. Leibniz ha prolungato
il suo iter italicum (dal marzo 1689 al marzo 1690) fino a Napoli, dove ha
incontrato filosofi e scienziati, e stretti sono stati i legami tra l'Accademia
degli Investiganti e la Royal Society [2]. Lo stesso Descartes, del
resto, non ha escluso di poter vivere in Italia - "per quel che mi riguarda,
se non avessi temuto le malattie che sono causate dal calore dell'aria, avrei
trascorso in Italia tutto il tempo che ho passato in questi luoghi",
scriveva il 13 novembre 1639, dall'Olanda a Mersenne -, pur mantenendo qualche
riserva: è "un paese assai insalubre per i Francesi; là
bisogna soprattutto mangiar poco, perché le carni sono troppo nutrienti"
[3]. Queste riserve nei confronti dell'Italia, e fors'anche degli Italiani,
non hanno minimamente inciso sulla accoglienza e sulla diffusione, rapida
e estesa attraverso diversi itinerari, della filosofia cartesiana in Italia[4].
Essa va collocata negli anni che intercorrono tra Campanella e Vico, tra i
Lincei e gli Investiganti, quando si è verificato l'ingresso "sempre
più decisivo del Sud nel moto delle idee" e lo "spostamento
del centro di gravità della cultura filosofico-scientifica", nel
quadro storico di una 'Europa delle capitali' [5]. È stato messo
in rilievo che Napoli, così come il più illustre dei suoi letterati,
Giambattista Vico, non sono stati isolati in Italia o in Europa ed è
stato anche proposto - forse in maniera troppo enfatica - di dividere l'Europa
in due aree culturali: da una parte Parigi e Napoli, dall'altra Paesi Bassi
e Inghilterra [6].
Sono note alla storiografia le linee di diffusione del cartesianesimo in Toscana,
nel Veneto e nel Regno di Napoli. Relativamente a Napoli, sono state fissate
- dagli stessi protagonisti, prima ancora che dagli interpreti - due grandi
periodizzazioni in relazione al prevalere degli interessi scientifici o metafisici
nei 'letterati', nei filosofi e negli scienziati vissuti tra la metà
del Seicento e i primi decenni del Settecento [7]. Questi letterati
- si richiamassero a Descartes o lo osteggiassero - hanno comunque enfatizzato
l'incontro della cultura napoletana con quella cartesiana come l'evento dal
quale proveniva, nel bene o nel male, ogni innovazione della filosofia nella
città partenopea. Essi sono stati ampiamente studiati negli anni Sessanta
del Novecento, ma l'ottica dominante che ha privilegiato il punto di vista
del 'previchismo' ha avuto soprattutto il problema di porre Vico in un reticolo
di rapporti organici con i suoi contemporanei. Il risultato importante di
queste ricerche, contro le letture idealistiche, è stato un Vico non
isolato nel suo tempo ma partecipe insieme agli altri letterati del moto di
rinnovamento che aveva investito la cultura napoletana. La storiografia ha
compiuto, da allora, un ulteriore passo in avanti e ha scavato in profondità.
Oggi la storia dei movimenti di idee a Napoli di quel periodo è conosciuta
in molte delle sue articolazioni: affinando gli strumenti della sua ricerca
essa ha operato un mutamento di prospettiva pur non sovvertendo il quadro
di riferimento generale. I percorsi delle idee e la loro diffusione, sono
stati più puntualmente ricostruiti grazie alle sempre più numerose
edizioni di testi a stampa e di manoscritti. Vico non è un riferimento
dei 'letterati' di fine secolo che certo non in suo nome, ma in quello del
filosofo francese, hanno preparato le loro strategie difensive e hanno condotto
le battaglie apologetiche della moderna filosofia. L'innovazione a Napoli
è stata messa in moto, in diversi modi e con differenti esiti, dalla
filosofia cartesiana e dal forte impatto che la variata immagine del filosofo
francese, più ancora che la lettura dei suoi scritti, ha avuto sul
tessuto culturale della città. La misura del cammino percorso emerge
anche solo mettendo a confronto due titoli, uno del 1961 e uno del 1997. Se
Nicola Badaloni, già agli inizi degli anni Sessanta, intitolava Introduzione
a Vico la sua fondamentale monografia, Ettore Lojacono ha intitolato il suo
recente saggio: Letture cartesiane da Cornelio a Caloprese (1638-1694) [8].
Non più, quindi, una indagine che si propone di "contribuire alla
storia del previchismo" come già dichiarava De Giovanni nel 1958
nella sua monografia dedicata a Francesco D'Andrea, ma una storia delle idee
attraverso gli effettivi percorsi di lettura [9].
Il cammino che ho seguito, a partire da questa premessa, e relativamente agli
anni che ho indicato, si snoda attraverso tre querelles: due si sono svolte
a Napoli, una a Parigi. La prima vede tra i suoi protagonisti i cosiddetti
epigoni dell'Accademia degli Investiganti, Giuseppe Valletta, Francesco D'Andrea
e Costantino Grimaldi da una parte; dall'altra il gesuita Giambattista De
Benedictis. Ho utilizzato anche le testimonianze di Paolo Mattia Doria, Giambattista
Vico, Giacinto Gimma e Pietro Giannone. Ho attraversato una letteratura già
nota ma che mi è parso utile saggiare in questa nuova prospettiva.
Ho ripercorso, ma procedendo a ritroso, gli scritti nei quali, alcuni letterati
hanno ricostruito le vicende culturali della Napoli di questi anni: Pietro
Giannone (Vita scritta da se medesimo), Giuseppe Valletta (Discorso filosofico
in materia d'Inquisizione e Istoria filosofica), Giambattista Vico (Vita scritta
da se medesimo), Costantino Grimaldi (Istoria dei libri di don Costantino
Grimaldi. Scritta da lui medesimo), Francesco D'Andrea (Risposte a favore
del sig. Lionardo de Capoa contro le Lettere Apologetiche del Padre Benedictis
gesuita), Paolo Mattia Doria (Difesa della metafisica degli antichi filosofi
contro il Signor Giovanni Locke ed alcuni altri moderni Autori), e, per finire,
Giacinto Gimma (Sylvae rerum notabilium) - quest'ultimo in quanto conserva
un testo di Valletta che circolava manoscritto - hanno ricostruito le vicende
culturali della Napoli di questi anni. Sull'altro versante della controversia,
Giambattista De Benedictis (Lettere apologetiche in difesa della Teologia
scolastica e della filosofia peripatetica). Le loro testimonianze trovano
riscontro nelle lettere: quelle, ad esempio, indirizzate da Valletta, Grimaldi
e D'Andrea a Magliabechi. Differenti i destini personali: Giannone scrive
la sua Autobiografia in carcere dove lo hanno costretto le ostilità
della Chiesa e la condanna civile; D'Andrea, Grimaldi, Valletta dialogano
con i gesuiti e gli scolastici perché pensano di poter avere delle
chances; Doria si propone di mostrare di avere fatto ammenda degli errori
di gioventù; Vico intende consegnare alla storia l'esemplarità
della sua vicenda umana e intellettuale. Tutti costoro hanno insistito su
un dato primario: la filosofia cartesiana - o ciò che essa rappresentava
- ha favorito il risveglio delle coscienze, il rinnovamento della cultura
e la messa in discussione di valori sui quali erano stati basati i tanti privilegi
degli ordini religiosi, innanzitutto, attraverso lo strumento dell'istruzione.
La filosofia cartesiana, per tutti costoro, ha operato a Napoli a due livelli,
culturale e politico: ha insegnato nuovi modi di fare ricerca scientifica
in forme organizzative nuove, attraverso la collaborazione e lo scambio di
scienziati e filosofi riuniti in accademie; ha consentito di rompere l'isolamento
nel quale Napoli versava, favorendo i collegamenti con i maggiori centri di
ricerca in Europa [10].
La serie intrecciata di motivi che contribuisce a questa particolare e complessa
ricezione è stata da me analizzata nel I capitolo (Una certa filosofia
nomata comunemente moderna avvegnaché ella sia antichissima). Al fondo
vi è comunque l'esigenza di legittimare, con l'insistenza sul carattere
cristiano della sua filosofia, più che Descartes, le scelte personali
in un determinato contesto culturale e storico. L'opera di Descartes sottolinea
Eleonora Barbapiccola, è quella di un "Cristiano Cattolico [...]
che la sua Metafisica distese con i sensi di Agostino, e la sua Fisica la
volle colla sperienza accoppiata [...] suggettando tutto il suo dettato al
Giudizio de' più saggi ed all'Autorità della Cattolica Chiesa"
[11]. La delineazione di genealogie filosofiche che a prima vista appaiono
curiose e inspiegabili, giacché mettono insieme o stabiliscono linee
di continuità tra filosofi e filosofie anche molto lontani tra di loro,
è la diretta conseguenza di questa esigenza di legittimazione, non
certo l'espressione di un eclettismo filosofico pasticcione e confusionario,
frutto di arretratezza culturale. Napoli segue un filone della discussione
europea non più orientata alla verifica interna della filosofia cartesiana
e a saggiarne la tenuta in chiave di 'philosophia novantiqua' - secondo il
modello della Logica vetus et nova quadripartita (Amsterdam 1654) di Johannes
Clauberg - ma alla comparazione tra le filosofie, antiche e moderne, orientali
ed europee. I cartesiani di Napoli leggono opere di erudizione e le utilizzano
per costruire le loro genealogie filosofiche. Per queste loro ricostruzioni
non hanno bisogno di andare direttamente agli scritti di Descartes, che infatti,
per lo più, ignorano. Più importante, per loro, è capire
in quale punto del progredire del sapere Descartes si colloca, a quale filosofia
può essere ricondotto, quali le prospettive che apre. Leggono dunque,
la Philosophia vetus et nova ad usum scholae accomodata, pubblicata da Jean
Du Hamel nel 1668, che aveva avuto nel 1680 un'edizione a Bologna e nel 1682
un'altra a Venezia, il Traité des Etudes Monastiques pubblicato a Parigi
nel 1692 da Dom Jean Mabillon, le Institutiones philosophicae ad faciliorem
veterum et recentiorum philosophorum intelligentiam comparatae opera et studio
di Edmund Pourchot, pubblicate nel 1695, e che avranno fino al 1733 almeno
sei edizioni. Ma tra i loro testi di riferimento troviamo opere di eruditi:
il Chronicon orientale di Abramo Echellense (Parigi, 1651), le Comparaisons
des grandes hommes de l'antiquité di René Rapin (Parigi, 1684),
gli Annales ecclesiastici di Cesare Baronio (Roma, 1588-1607), proseguiti
da Petrus Rahebus e Odorico Rinaldi, la Chronographia di Gilbert Génébrard
(Lovanio, 1572), le Historiae philosophicae di Georg Horn (Lugduni Batavorum,
1655), che, a sua volta, utilizzava la rielaborazione di Heinrich Meibom del
Chronicon di Hermann di Lerbeke (Francoforte, 1620), il Certamen historiale
panegiricum di Isidro de San Miguel (Napoli, 1701), la Sanctorum patrum theologorum
scriptorumque ecclesiasticorum utriusque testamenti bibliotheca di Philippe
Labbé (Parigi, 1659), il Catalogus hereticorum di Bernard Luxemburg
(Colonia, 1529), le Historiae septentrionalium gentium breviarium di Olaus
Magnus (Lugduni Batavorum, 1645), il Chronicon, sive rerum ab orbe condito
ad sua usque tempora gestarum di Otto e Radevicus Frisigensis (Basilea, 1569),
il De philosophia et philosophorum sectis di Gherard Johann Voss (1657-1658),
la Philosophia libera in septem libros distributa. In quibus omnia quae ad
philosophiam naturalem spectant, methodice colliguntur (Venezia, 1673), il
Cartesius Mosaizans seu evidens et facilis conciliatio philosophiae Cartesii
cum historia creationis primo capite Geneseos per Mosem tradita di Johannes
Amerpoel (Leovardiae, 1669) [12]. Opere erudite su filosofi, teologi
ed eretici, su antichi e moderni, arabi, ebrei e latini tutte pubblicate nel
Cinquecento e nel Seicento che avevano corso in Francia, Germania, Olanda.
Nei collegamenti tra filosofia cartesiana e filosofia pitagorico-platonica
- in quanto quest'ultima è "la più discreta serva della
filosofia cristiana" [13] - i testi dei filosofi, Aristotele,
Platone, Epicuro, Bacon, Descartes, sono quasi sempre inessenziali.
Paradossalmente, pur conoscendo anche troppo del rumore e del senso di quelle
forti controversie a Napoli, non disponiamo di alcune essenziali notizie.
Dei vari personaggi che si presentano sulla scena - Giuseppe Valletta, Paolo
Mattia Doria, Costantino Grimaldi, Giambattista De Benedictis, Gregorio Caloprese,
Francesco Maria Spinelli - cominciamo solo ora a sapere se e quali opere di
Descartes hanno letto e manca, a tutt'oggi, una mappa delle letture che a
Napoli sono state fatte. Tutte le altre letture che hanno fatto, delle quali
hanno discusso, anche in intensi scambi epistolari, sono ancora nell'ombra.
Definirli 'eclettici', per indicare che hanno utilizzato fonti diverse, è
un altro evidente paradosso e una scappatoia, giacché si è guardato
all'effetto senza ricercare la causa: non si è visto, ad esempio, che
in molti casi le filosofie diverse che i letterati napoletani mettevano insieme
erano così disposte nelle opere degli eruditi che leggevano e utilizzavano.
Ha scritto De Benedictis: "Se Aristotele stesso, cui pure han voluto
combattere, non però han degnato di leggere" [14]. Alcuni
giudizi meritano di essere rivisti alla luce delle attuali conoscenze.
È riduttivo separare i letterati napoletani di fine secolo dal resto
d'Europa, ma è pure fuorviante trovare collegamenti e strette relazioni
con le opere dei grandi filosofi che dominano la scena europea: metodo gassendiano
e cartesiano "s'integrarono nonostante la diretta polemica" non
perché "sommati portavano alla conclusione - errata, ma valida
sul piano operativo - che la metafisica [...] non condiziona lo studio dei
fenomeni" [15], né è sufficiente affermare che Valletta
nel 1709 poteva stampare un discorso in difesa della filosofia democritea
e prepararne un altro a favore della filosofia cartesiana perché "fra
atomismo democriteo-epicureo e cartesianismo, a Napoli non si vedeva contrasto"
[16]. Se i novatores napoletani si sono richiamati indifferentemente
a Descartes e Gassend, non è primario il loro essere pressati dai problemi
posti dalla successione spagnola [17]. Il fatto che questo dibattito
non fosse neutro e che anzi abbia avuto pesanti ricadute 'politiche', ha indotto
taluni a leggerlo solo e prevalentemente in chiave 'politica', trascurando
l'analisi dettagliata dei testi, e l'individuazione delle fonti. C'è
un percorso delle idee che questi letterati intendevano ricostruire e, per
farlo, hanno dovuto riandare oltre che, in modo rapsodico, ai cartesiani Régis,
Malebranche, Nicole, Arnauld, alla letteratura che ho richiamato e che effettivamente
hanno utilizzato. È, in ogni caso, il percorso che ha seguito Valletta
attraversando le tematiche della filosofia araba ed ebraica, antica e moderna.
Le sue fonti, infatti, sono costituite da testi dove viene proposta la comparazione
tra antichi e moderni, e da libri di eruditi interessati alla filosofia islamica
e alla comparazione tra le filosofie antiche: la platonica e la aristotelica.
Qui le tracce che bisogna seguire, qui la spiegazione delle ardite genealogie
che a Napoli sono state proposte [18].
Su un altro versante questo dibattito è apparso retrivo e arretrato.
La prossimità del grande evento della fisica newtoniana ha pesato non
poco sui giudizi espressi su 'filosofi' che si 'attardavano' a discutere della
metafisica di Descartes ed ha investito, in certa misura, anche Giambattista
Vico. Poiché molti di questi filosofi non sono stati newtoniani, e
molti hanno anzi criticato Newton, questa loro indifferenza/incomprensione
è stata assunta per esemplificare il carattere retrivo e conservatore
di una cultura chiusa al nuovo. Una storia ideale è stata così
sovrapposta a quella reale: ci è stato detto in cosa questi letterati
erano in ritardo, ma non cosa realmente fossero. Sono state pronunciate sentenze
di condanna e di assoluzione espungendo queste figure da una costruzione teleologica
senza luci, né ombre.
Ho cercato in testi e autori in gran parte noti i percorsi delle letture e
le finalità che li hanno motivati. A Napoli e a Parigi, tra la fine
del Seicento e i primi decenni del Settecento, si discute della filosofia
cartesiana; sulla sua fisica non mancavano le riserve. A Napoli, persino Doria,
il 'filosofo' più confusionario, la bolla sbrigativamente: si tratta
di una favola, dove Dio fa l'ufficio del 'torniero' e l'aristotelico De Benedictis
ha scritto: Renato "fa seder Dio al governo del mondo col solo ufficio
di mugnajo al mulino" [19]. Ed è sempre a Napoli che nei
dibattiti e nelle controversie (spesso le denunce e le delazioni) di questa
metafisica vengono evidenziati tre aspetti principali: è una metafisica
sistematica - non è casuale da questo punto di vista che il testo più
letto siano i Principia dove Descartes aveva dato forma sistematica, anzi
scolastica, alla sua metafisica-; è cristiana, quindi confrontabile
con l'altra metafisica cristiana, quella aristotelica; promuove la libertas
philosophandi. Sullo sfondo, le nuove metafisiche di Spinoza e quella di Malebranche
potevano essere analizzate solo a partire dal comune fonte cartesiano dal
quale avevano tratto origine. Questo si faceva in Olanda ed è per questo
che anche a Napoli la discussione parte da Descartes per evidenziare se i
germi poi fecondati nelle metafisiche malebranchista e spinozista, fossero
presenti in quella metafisica. Non è certo casuale che Doria e Vico
leggano il Cartesius verus spinozismi architectus di Johannes Regius, un'opera
pubblicata nel 1723 e Le philosophe de Rotterdam accusé atteint et
convaincu, di Pierre Jurieu, pubblicato nel 1706. A Napoli, in questo scorcio
di secolo, il vero confronto è tra filosofia corpuscolare (anche la
filosofia cartesiana lo è) e filosofia scolastica. Lo esprime senza
dubbi il gesuita De Benedictis: "Or vagli pur, chi vuole, a sua posta
tutte le filosofiche Scuole; che sarà forza ridurle a due soli capi,
Democrito ed Aristotele, ed a due sole sette Atomistica, o Corpuscolare, e
Peripatetica, sotto le quali le altre tutte si subalternino". La posta
in gioco è allora altra: colpire il monopolio dell'istruzione: "So
bene che [...] non manca tra noi, chi sa sedersi a fianchi or il Cartesio,
or Epicuro, od altro tale più come richiamo, che come Maestro, perché
a lui corrano gli uccelloni ghiotti di simil'esca, egli lascino alcuna penna
delle sue guiderdone poco curandosi che le alzino o no verso l'erta delle
scienze" [20].
Il secondo dibattito è esaminato nel Capitolo II (Parigi 1690-1694.
Cartesiani contra scettici ed aristotelici) ed è quello che si è
svolto tra il 1690 e il 1694, vedendo schierati su fronti contrapposti lo
scettico Pierre-Daniel Huet, i cartesiani Pierre-Sylvain Régis, Nicolas
Malebranche e il suo scolaro Henri De Lelevel, l'aristotelico Jean Du Hamel.
I partecipanti prolungheranno i loro interventi sul "Journal des savants"
che raccoglierà anche le voci di Antoine Arnauld e Leibniz. Tra i protagonisti
di questa querelle, ma a difesa della filosofia scolastica, troviamo l'aristotelico
e anticartesiano Du Hamel. Una difesa già assunta nella sua Philosophia
vetus et nova ad usum scholae accomodata che figura nell'elenco delle opere
utilizzate dai novatores napoletani contro la filosofia scolastica. Gli argomenti
usati da Du Hamel non l'impostazione del suo libro è quello che cercano
e utilizzano i 'cartesiani' napoletani. La querelle parigina prende avvio
dalla pubblicazione nel 1689 della Censura philosophiae cartesianae di Huet.
L'opera assume la filosofia cartesiana come modello di ogni filosofia che
si proponga come indagine razionale e presenta le sue contraddizioni come
strutturali di ogni filosofia razionale. Attraverso Descartes, Huet mette
quindi sotto accusa la 'ragione evidente', mostra che essa è strumento
inadeguato di conoscenza delle verità naturali e di quelle di fede
e che produce i postulata iniqua dei geometri. Per farlo, Huet riprende le
argomentazioni che avevano utilizzato gli obiettori alle Meditationes e che,
a suo giudizio, non avevano ricevuto risposte adeguate nelle Responsiones.
In tal senso, la riproposizione delle obiezioni di Bourdin, Arnauld, Gassend,
Hobbes è emblematica: quelle obiezioni sono ancora valide per il loro
valore intrinseco e perché sono rimaste senza risposta. La 'ragione
evidente' non solo non era stata in grado di sconfiggere i dubbi degli scettici
ma continuava ad essere messa in scacco dalla 'ragione probabile', dai dubbi
della storia e dell'erudizione. Huet vuole dimostrare che tutta la filosofia
cartesiana è ingannevole. Per farlo insiste su alcune contraddizioni:
l'evidenza non è criterio di verità e non sottrae al dubbio
né il je pense, né i teoremi della geometria; l'uomo non può
conoscere i limiti dell'inganno divino e gli è ignoto ciò che
Dio è, ciò che può, ciò che vuole; è contraddittorio
affermare che Dio ci inganna in qualche caso, ma non può mutare le
conoscenze evidenti. Descartes non può che essere uno scettico mascherato,
che ha costruito la sua filosofia su un principio primo astratto: l'esistenza
di uno spirito privo di corpo. Il lume naturale ha così mostrato -
la filosofia cartesiana ne è prova - di non essere in grado di portare
la conoscenza fuori dall'incertezza e ancor meno di provare l'esistenza di
Dio. Ed è qui il maggiore errore commesso da Descartes, che non tenendo
separate fede e ragione, ha reso la sua filosofia sospetta di errore e di
falsità. L'evidenza del vero, al contrario di quello che pensava Descartes,
è uguale all'evidenza del falso e l'idea di Dio deriva dalle idee confuse
che l'uomo ha di se stesso e del mondo. La 'ragione evidente' non può
che sgretolarsi sotto i colpi delle argomentazioni degli scettici, giacché
non è possibile spiegare la filosofia en mathematicien, ma en philosophe.
Régis risponde ad Huet riprendendo gli argomenti delle Responsiones.
Nonostante che egli si presenti come l'erede e il depositario del cartesianesimo
autentico, di fatto la sua sarà interpretata, ed è, una personale
lettura. Il malebranchista De Lelevel farà rilevare che Régis
identifica Dio e materia, come Spinoza, e definisce le idee modi dell'anima,
facendole derivare dalle cose. In questo modo egli ha di fatto abbattuto uno
dei capisaldi della filosofia cartesiana, ossia l'esistenza delle verità
eterne; e, poiché una modificazione finita non può rappresentare
l'infinito, ha reso impossibile dimostrare l'esistenza di Dio. A giudizio
di De Lelevel, Régis è di fatto, per quanto non volontariamente,
il migliore alleato di Huet e persino di Du Hamel. Egli non a caso non ha
potuto rispondere alla obiezione di quest'ultimo, che sottolineava l'inadeguatezza
della 'ragione evidente' di fronte ai misteri della fede che sono veri, ma
non evidenti. Il "Journal des savants", nell'apparente equidistanza,
prende posizione per Régis e Arnauld: nel numero del 17 maggio 1694
lo stesso Malebranche viene definito spinozista e Arnauld, nel numero del
5 luglio dello stesso anno, osserva che la teoria della visione in Dio di
Malebranche dovrebbe portare alla conseguenza paradossale che le armate turche
e cristiane che combattessero alle porte di Vienna sono solo 'intelligibili',
così come lo è la nostra mano [21]. Anche Leibniz era
intervenuto mettendo in guardia, nel "Journal des savants" del giugno
1692, dai rischi di radicalizzazioni che portavano a discussioni sterili.
Il filosofo tedesco aveva mostrato di condividere alcune critiche di Huet
e aveva invitato i cartesiani ad evitare difficili ed insostenibili difese
di ufficio. Descartes, osservava, ponendo il dubbio ragionevole come atto
iniziale della sua filosofia, non ha tenuto conto che se è vero che
dalla verità non può che derivare la verità, vi sono
casi in cui da alcune falsità deriva la verità.
Anche solo per la pluralità degli interventi, questa querelle non è
una pura e semplice riproposizione degli argomenti e delle discussioni avvenute
intorno alle Meditationes, circa quarant'anni prima. E, in realtà,
dei fatti nuovi erano accaduti. Tra questi, certamente importante è
la diffusione della filosofia cartesiana nelle Università parigine
e il rigurgito che intorno a questo evento c'era stato con prese di posizione
nette a difesa della filosofia scolastica. Tra i primi a promuovere la penetrazione
della filosofia cartesiana negli ambienti accademici è Edmund Pourchot:
dal 1677, dalla sua cattedra di professore di filosofia nel collegio dei Grassins,
tiene corsi di filosofia cartesiana ottenendo un grandissimo successo di pubblico.
Pourchot, per primo, scrive e detta agli studenti una filosofia nuova, fondata
sulla retta ragione e il bon sens che libera la filosofia di tutte le ridicole
sottigliezze che la componevano: "L'université de Paris a l'obligation
à M. Pourchot de l'esprit philosophique qui regne aujourd'hui dans
ses écoles", si legge nel dizionario di Moréri. E, ancora:
"Comme il ne seroit pas possible aujourd'hui d'expliquer Newton, sans
connoître le calcul des infiniment petits, M. Pourchot ne pouvait, sans
géométrie, ni développer les différens systêmes
qu'il exposoit, ni suivre celui de Descartes, qu'il avoit embrassé,
ni traiter de l'astronomie et de beaucoup d'autres matieres qu'il faisoit
entrer dans sa physique". I suoi corsi suscitano le reazioni dei suoi
colleghi dell'Università che lo denunciano al Parlamento come empio.
In sua difesa, scende in campo anche Nicolas Boileau che, nell'Arret burlesque,
tra i faziosi che occorre condannare ('gassendistes', 'cartésiens',
'malebranchistes') include i pourchotistes [22]. È noto che
la pungente satira sui vecchi pregiudizi dell'Arret, copre di ridicolo il
partito che nell'Università si era formato contro la nuova filosofia
ed evita una condanna della filosofia cartesiana da parte del Parlamento di
Parigi. Tuttavia questo partito è ben lontano dall'essere sconfitto
ed è molto attivo nelle Università: Laurent Duhan attacca Pourchot
nel Philosophus in utramque partem [1694]. Per non dare l'impressione di disprezzare
questioni alle quali nella scuola si dava tanta importanza, Pourchot pubblica
insieme alle Institutiones [1695] e, separatamente dal corpo dell'opera, delle
Series disputationum scholasticarum "qu'il appelloit en badinant le Sottisier".
Nonostante ciò, le reazioni non si fanno attendere: nel dicembre del
1703 il Journal de Trevoux fa l'elogio di una pièce in versi latini
di Lecomte, Satyra bicornis, in cui l'autore attacca l'antica filosofia, insegnata
da Duhan. Ora, Pourchot è legato ad Arnauld (che gli aveva chiesto
di istruire il nipote, M. de Pompone secondo i precetti dell'Art de penser)
e ai Messieurs di Port Royal, ai benedettini della congregazione di Saint
Maur. Tra questi François Lamy, benedettino che per primo ha insegnato
la filosofia cartesiana nel collegio di Saint Maur e che prende partito a
favore di Pourchot nella disputa sulla retorica con Gibert (Jugemens des savants),
disputa che riguarda la proposizione con la quale inizia il cap. 4, 3 parte,
sez. 3 della fisica di Pourchot: "Les passions ayant un rapport direct
avec le mouvement des esprit animaux, la physique, dont l'objet est de rechercher
la nature et les causes des passions, est d'un grand secours à la rhétorique,
pour persuader, en les excitant à propos" [23]. E ancora
Despreaux, Mabillon, Du Pin (autore di una monumentale Bibliothèque
des auteurs ecclésiastiques, contenant l'histoire de leur vie, le catalogue,
la critique, la chronologie de leurs ouvrages, in 61 volumi, pubblicata a
partire dal 1698 e immediatamente censurata dal vescovo di Parigi, nonostante
gli interventi di Bossuet e Racine), Bossuet e Racine, Adrian Baillet, celebre
per avere scritto la vita di Descartes, ma perseguitato in vita per avere
nei suoi Jugements des savants sur les principaux ouvrages des auteurs (1685)
fatto l'elogio dei portorealisti e avere criticato qualche gesuita, Bernard
de Montfaucon, uno dei più illustri savants della Congregazione di
St. Maur, Fénelon (quest'ultimo avrebbe anzi voluto a corte Pourchot
come "instituteurs des enfans de France") e quasi tutti i savants
del suo tempo. Nell'Università gode della più alta considerazione
[24]. Intorno a Pourchot, eruditi, ebraisti, benedettini e portorealisti,
alcuni in odore di eresia, un pullulare di opere di erudizione che maturano
negli ambienti dei benedettini di Saint Maur e che si accompagnano ad un interesse
sempre più vivo per la conoscenza delle grammatiche e delle lingue
ebraica ed araba: François Masclef, un ebreo francese, pubblica nel
1716 una Grammatica hebraica a punctis aliisque inventis massorethicis libera
e nel 1731 una Grammaire Chaldaïque, Syriaque et Samaritaine. Contro
il suo metodo scrive Pierre Guarin (e ad esso Masclef dedica una Lettre sur
la Grammaire hébraïque du p. Guarin [1725]), un orientalista benedettino,
autore di una Grammatica hebra et chaldaïca (Paris, 1724-1726)[25].
Un mondo in movimento al quale mi limito solo ad accennare ma che dà
l'idea di una discussione viva sulla filosofia cartesiana e che giustifica
la querelle avviata da Huet di un supplemento di indagine sulla via 'razionale'
alla conoscenza e alla fede . Un mondo impegnato anche - e tra i protagonisti
ritroviamo Malebranche, Fénelon, Lamy, Bossuet - nella discussione
sul quietismo e sullo spiritualismo avviata da Madame de Guyon (Moyen court
et très facile pour la raison, 1685) [26].
Le Institutiones di Pourchot avranno numerose edizioni e dei lettori anche
fuori della Francia, in Italia. Giacinto Gimma, nell'Idea dell'Italia letterata
[1732], cita Pourchotius come l'autore che gli ha insegnato a liberarsi dai
pregiudizi cronologici nel giudicare il vecchio e il nuovo. Da lui ha appreso,
infatti, che queste categorie vanno misurate sulla base del metodo di cui
i filosofi si sono serviti e che, per il suo metodo, l'antico Aristotele ha
diritto di figurare tra i moderni, mentre i moderni Rosacroce vanno inseriti
tra gli antichi.
E la metafisica cartesiana torna ad essere al centro di un altro dibattito,
a Napoli, nel 1733, tra un pentito, Paolo Mattia Doria, e un cartesiano allievo
di Caloprese, Francesco Maria Spinelli. È l'argomento affrontato nel
capitolo III (L'esemplare percorso di Paolo Mattia Doria da Descartes a Platone).
Dietro la disputa l'ombra del temibile cardinale Althann, viceré di
Napoli. Il primo dei contendenti non ha sicuramente letto tutti gli scritti
di Descartes, oppure li ha letti da autodidatta e da dilettante; il secondo
si è formato chiosandoli. Il primo è carico di amarezza e delusione
perché si è esposto al ridicolo con certe pubblicazioni in cui
ha proposto la soluzione di alcuni fondamentali teoremi geometrici (trisezione
dell'angolo, duplicazione del cubo) attraverso il metodo sintetico di Euclide.
Da questa esperienza, che ha gettato nell'imbarazzo cartesiani e anticartesiani,
Doria non si è più ripreso. Segnato profondamente, ha preso
le distanze dagli antichi amici cartesiani e si è avviato lungo una
strada solitaria. Le pubblicazioni successive al 1724 sono una requisitoria
contro le filosofie moderne tutte colpevoli, a partire da quella cartesiana,
della generale corruzione, politica, morale, religiosa che ha investito tutti
gli ordini e le repubbliche in Europa. Il rimedio che propone è il
ritorno alla geometria euclidea e alla metafisica platonica che mette insieme
in un delirante progetto di metafisica dell'Unità immateriale: una
cristianizzazione sulle orme di Ficino, nelle sue intenzioni, della metafisica
platonica. Le sue opere sono anche contrassegnate da violenti attacchi agli
antichi sodali, né mancano in esse ammiccamenti al censore ecclesiastico
e, persino, proposte di istituire magistrature civili con il compito di prevenire
e preservare le cadute nell'errore. In politica propone una repubblica virtuosa
che metta insieme il modello platonico e quello cinese, proponendo l'istituzione
di figure analoghe a quelle dei mandarini intesi come mediatori tra il sovrano
e il popolo. In filosofia, le sue personalissime conclusioni, le sue approssimative
letture, erano state tollerate mentre era in vita, ma avevano portato, dopo
la sua morte, alla condanna al rogo dell'opera nella quale aveva proposto
quella repubblica virtuosa che avrebbe reso possibile un platonismo praticabile.
Importante non per la sua filosofia, ma per il ruolo che ha svolto a Napoli
nel periodo che ho analizzato, buon testimone di quello che nella città
pertenopea accade, le sue opere sono paradossalmente quelle dalle quali si
ricavano le maggiori notizie su fatti e personaggi, sui loro diversi ruoli,
e sulle loro finalità. Per questo, mi è parso opportuno prenderle
in esame.
Il suo ruolo di buon testimone di parte, spiega del resto perché, pur
giudicandolo approssimativo e confusionario - crede di essere platonico, in
realtà, è spinozista - Francesco Maria Spinelli gli dedica un
libro: Riflessioni [...] su le principali materie della prima filosofia, fatte
ad occasione di esaminare la prima parte d'un libro intitolato Discorsi critici
filosofici intorno alla filosofia degl'antichi e de' moderni etc. di Paolo
Mattia Doria [1733]. È questo l'argomento del capitolo IV (Suárez-Descartes
contra Spinoza. L'interpretazione di Francesco Maria Spinelli). Pur all'interno
di un'opera di occasione, Spinelli elabora una interpretazione che colpisce
per la modernità dell'operazione che vi è sottesa. La comparazione
tra Descartes e Spinoza è fatta da Spinelli attraverso un confronto
diretto delle proposizioni dell'Ethica di Spinoza, da una parte, e delle Meditationes
e dei Principia di Descartes, dall'altra, con le Disputationes metaphysicae
di Suárez. In quest'opera Spinelli cerca le definizioni della metafisica,
precisamente quelle di Ente, sostanza, distinzione. Mettendo a confronto la
definizione di sostanza della prima parte dell'Ethica con quella delle Disputationes,
egli rileva che Spinoza, definendo l'Unità principio primo, sostanza
unica, Dio comprendente tutte le cose spirituali e materiali, le ha attribuito
le proprietà che appartengono all'Ente. Ha per questo eliminato ogni
differenza tra Creatore e creature e ha sostituito la creazione con la produzione
eterna. Da questo che giudica un errore teorico, Spinelli fa discendere l'ateismo
di Spinoza. Principio primo, al contrario, è l'Ente separato che comprende
Dio e le creature e l'unità non è causa universale ma cosa singolare,
che assume la forma di universale in causando, Dio che può produrre
differenti effetti, oppure universale in rapraesentando, unità numerica.
Quanto a Descartes, il filosofo francese si è posto, con l'atto iniziale
della sua filosofia, fuori dalla metafisica: ha posto infatti come primo il
problema dell'essenza (cosa fosse il cogito) e da questa ha fatto discendere
l'esistenza. Ha però condotto la sua indagine sul suo proprio pensiero,
quindi sul suo io individuale, e ne ha ravvisato i modi: il dubitare, l'affermare,
il negare. Per lui l'universale non contiene le cose reali, né è
a parte rei. A differenza di Spinoza che riduce l'Ente ad un predicabile e
nega l'esistenza dell'individuale, Descartes, attraverso la teoria della distinzione,
ha posto l'esistenza di Dio, dell'io e del mondo: da una parte l'Ente infinito,
Dio che è perfezione infinita e crea gli enti finiti, dall'altra le
perfezioni degli enti finiti.
Colpisce la modernità della lettura di Spinelli e il collegamento tra
Descartes e Suárez, riproposto in tempi recenti da Heidegger. Il filosofo
tedesco ha trovato la medesima corrispondenza tra la definizione di Descartes
e quella di Suárez e ha sottolineato che la teoria della distinzione
scaturisce dall'unitaria radice comune di essenza ed esistenza, mentre ha
sottolineato che l'interralazione tra le sostanze è un problema centrale
della metafisica moderna da Descartes in poi.
Descartes - ma ugualmente la ricezione controversistica, come idea-forza della
sua variata immagine - è così al centro di questo volume: non
sempre chi a lui si è richiamato ha letto le sue opere e, anzi, spesso
le citazioni sono di seconda mano, derivando da opere erudite dedicate a comparazioni
tra vecchio e nuovo. Anche questo connota un tratto specifico del filosofo
francese, divenuto, a quarant'anni dalla sua morte, il comune patrimonio di
un comune sentire. Sullo sfondo spettri antichi, la 'ragione probabile' che
Huet ripropone con forza, e nuovi, la 'ragione geometrica' nella nuova forma
atea proposta da Spinoza.
Con Descartes questo volume si chiude (capitolo V: Postille cartesiane e vichiane.
Il topos della meraviglia e i limiti dell'umano conoscere), prendendo in esame
il topos della meraviglia così come esso è rilevabile nel suo
svolgersi nel tempo personale di Descartes, dai primi interessi per le macchine
e il meraviglioso testimoniati nelle Cogitationes privatae, fino alle lettere
scambiate con gli artigiani coinvolti nella comune impresa di costruire 'ciò
che va al di là del comune' e alla disillusione nel constatare di essere
nato 'senza mani' e per questo di non poter realizzare il suo progetto di
costruire lenti in grado di ridare la vista ai ciechi o di vedere se ci sono
animali sulla Luna, e alle Passions de l'âme dove della meraviglia viene
data una conclusiva definizione. La macchina è strumento e complemento
della meraviglia, giacché è quest'ultima che può produrre
effetti meravigliosi. Ma la macchina è anche ciò che rende l'uomo
uguale a Dio: con la macchina che costruisce l'uomo può, come Dio,
operare inganni; attraverso la macchina, il filosofo svela tutte le imposture
che l'artificio umano inventa e gli inganni di Dio: quello del cosmo che sembra
muoversi da sé, ma è in realtà mosso grazie al concursus
ordinarius di Dio. Per questo spetta al filosofo, a partire dalle macchine
che costruisce, disingannare gli uomini e far diventare ciò che appare
meraviglioso ciò che può essere conosciuto.
Giambattista Vico rappresenta un'altra lettura della meraviglia. Per il filosofo
napoletano, essa è il modo proprio della conoscenza degli uomini delle
prime età, quando hanno elaborato un sapere poetico. Per questo, essa
è compresa nella filologia che invera l'indagine del filosofo, appartiene
infatti a quel dizionario mentale, a quei gesti 'mutoli' che sono la prima
espressione del linguaggio degli uomini. L'apparire della meraviglia innesta
il processo della conoscenza degli uomini, la costruzione degli universali
fantastici e del perturbamento che essi causano, via via in un cammino che
porta alla ragione 'tutta spiegata'. Allora gli uomini non conosceranno con
il corpo e la meraviglia si manifesterà solo nei bambini, nei popoli
bambini che il cammino della storia stanno avviando (gli Americani), oppure
diventerà strumento perverso di inganno nelle mani di ciarlatani e
furbi. Questo mondo della meraviglia i filosofi debbono, dunque, liberandosi
dalla boria, indagare per comprendere ciò in cui l'uomo è simile
a Dio, come lui artifex e, in quanto tale, in grado di conoscere. La meraviglia
documenta dunque di uno stadio dello sviluppo dell'umanità in cui l'uomo
crea universali fantastici che lo perturbano e vi è la preminenza delle
passioni.
Due interpretazioni differenti, due interpretazioni dell'antico topos platonico
segnano la distanza tra due concezioni del sapere e dei limiti della conoscenza
dell'uomo. Per Descartes, è dato all'uomo di conoscere Dio e la natura;
per Vico, Dio e la natura sono fuori della possibilità del conoscere
umano.
La storia alla quale si sono richiamati l'anticartesiano Huet e il cartesiano
Valletta, la storia, assente dall'orizzonte conoscitivo di Descartes, è
in Vico non terreno di raccolta di materiale a provare i postulata iniqua
della ragione geometrica, una linea cristiana del pensiero diversa da quella
aristotelica, ma l'unica scienza che all'uomo sia dato costruire.
Questo volume raccoglie i risultati di ricerche che ho avuto modo di discutere
nel corso di quattro anni, dal 1994 al 1998, in incontri di lavoro, seminari
e convegni con colleghi e studiosi e che, in parte, sono stati già
pubblicati in riviste a Atti di convegni dedicati a tematiche specifiche.
Il primo capitolo, pubblicato in "Nouvelles de la Republique des lettres"
(1995-I, pp. 19-47), è stato da me discusso nel seminario organizzato
dal Departement of philosophy, University of Chicago, 8-10 aprile 1994: "The
midwest seminar in the history of early modern philosophy"; il secondo,
pubblicato in Descartes: Principia Philosophiae. 1644-1944. Atti del Convegno
Parigi-Lecce, 5-6 maggio/10-12 novembre 1994, Napoli, Vivarium, 1996, pp.
641-685, è la relazione che ho presentato al Congresso internazionale
su "Descartes: Principia Philosophiae. 1644-1944"; il terzo è
pubblicato in Autour de Descartes. Actes du Colloque pour le quatrième
centenaire de la naissance de René Descartes, Bucarest, Éditions
Crater 1998, pp. 47-97; il quarto è stato oggetto di discussione nel
colloquio internazionale organizzato dal Centre d'études cartésiennes
su "La lecture des Principia Philosophiae de Descartes, de Pascal à
Newton", Parigi, 4-6 giugno 1999 ed è inedito; il quinto è
stato discusso a Perugia (Congresso internazionale su Descartes et l'Europe
savante. Momenti della biografia intellettuale di Descartes nella Correspondance,
7-10 ottobre 1996), a Chicago ("The midwest seminar in the history of
early modern philosophy" 1-3 maggio 1998) e a Delfi (Massachussets Institute
of Technology, 2-7 luglio 1998) ed è solo parzialmente edito (La biografia
intellettuale di René Descartes attraverso la Correspondance. Atti
del Convegno Descartes e l'"Europe savante", Napoli, Vivarium, 1999).
Mi è parso opportuno presentare l'insieme della mia ricerca in un volume
per rendere visibile il filo unitario che la tiene insieme e che le precedenti
e parziali pubblicazioni non facevano emergere. Ho, per questo, completamente
ristrutturato e riscritto il materiale già pubblicato e ho aggiunto
due nuovi capitoli capaci di completare e arricchire, a mio giudizio, il quadro
d'insieme.
Torchiarolo, 15 giugno 1999
*
Le opere di Descartes, salvo diversa indicazione, sono tratte dall'edizione
curata da Charles Adam e Paul Tannery, uvres de Descartes, 12 voll.,
Paris, Vrin, 1897-1913, ristampa anastatica in 11 voll. a cura di B. Rochot,
P. Costabel, J. Beaude e A. Gabbey, Paris, Vrin, 1964-1974. D'ora in avanti
AT seguito dal numero romano per il volume e da quello arabo per le pagine.
1 - A. ROBINET, Introduction a uvres complètes
de Nicolas Malebranche, 20 voll., Paris, Vrin, 1962-1970, t. VI-VII, p. 239
n.
2 - Cfr. A. ROBINET, G. W. Leibniz. Iter italicum.
Mars 1689 - mars 1690, Firenze, Olschki, 1988. I rapporti della Accademia
degli Investiganti con la Royal Society sono stati ricostruiti da M. H. FISCH,
L'Accademia degli Investiganti, in "De Homine", XXVII-XXVIII (1968),
pp. 17-78 e 52-53.
3 - AT II 617. Utilizzo la traduzione di E. LOJACONO,
Opere filosofiche di René Descartes, 2 voll., Torino, Utet, 1994, p.
599. D'ora in avanti OF seguito dal numero romano per il vol. e da quello
arabo per le pp.
4 - "A Descartes [non] piacevano gli Italiani,
si chiamassero Cardano e Della Porta o Galileo, fossero maghi e ciarlatani
o grandi scienziati [... ] gli italiani gli sembravano vanitosi, chiacchieroni,
millantatori, fossero i napoletani con le loro lenti o Benedetto Castelli
con i suoi strumenti": E. GARIN, Descartes e l'Italia, in Descartes:
il metodo e i Saggi, a cura di G. Belgioioso et alii, 2 voll., Roma, Istituto
della Enciclopedia Italiana, 1990, p. 12. Una trad. del saggio di Eugenio
Garin a cura di J.-R. Armogathe, in "Archives de philosophie/Bulletin
cartésien", XVII (1986), pp. 1-4.
5 - E. GARIN, Dal Rinascimento all'Illuminismo.
Studi e ricerche, Pisa, Nistri-Lischi, 1970, p. 88; G. GALASSO, Napoli spagnola
dopo Masaniello, 2 voll., Firenze, Sansoni, 1982: I, p. 1.
6 - R. AJELLO, Cartesianesimo e cultura oltramontana,
al tempo dell'Istoria Civile, in Giannone e il suo tempo. 2 voll., Atti del
Convegno sul tricentenario, Napoli, Jovene, 1980, p. 13. ANDREA BATTISTINI
ha sottolineato questo legame mettendo a confronto il Discours di Descartes
e la Vita scritta da se medesimo di Vico: "Con Ignazio di Loyola, Cartesio,
Bacone, Gassend, Locke il discorso ha imboccato un sentiero europeo che tuttavia
giunge alle contrade per nulla isolate di Napoli, la città che in Italia
pare la più precoce nell'apprendere i canoni dell'autobiografia settecentesca"
(G. B. VICO. Opere, a cura di A. Battistini, 2 voll., Milano, Mondadori, 1990:
II, p. 1237. D'ora in avanti, ed. Battistini. La traduzione dei passi da opere
di Vico è dall'ed. Battistini, salvo indicazione contraria). Per M.
AGRIMI (Descartes nella Napoli di fine Seicento, in Descartes: il metodo...,
cit., pp. 545-586) che "Napoli si [fosse] riavvicinata all'Europa"
è documentato anche dai temi trattati nell'Accademia di Medinacoeli
e dall'interesse mostrato dagli intellettuali europei: Leibniz nel 1700 scrive
parole di apprezzamento per il De Syderum intervallis et magnitudinibus opusculum
pubblicato nel 1699 da Monforte e Fontenelle per il De constructione Aequationum
di De Cristofaro (p. 581). Cfr. anche M. Torrini, Tommaso Cornelio e la ricostruzione
della scienza, Napoli, Guida, 1977, Antonio Monforte. Uno scienziato napoletano
tra l'Accademia degli Investiganti e quella palatina di Mediacoeli, in Ricerche
sulla cultura dell'Italia moderna, a cura di P. Zambelli, Bari, Laterza, 1973,
pp. 97-146: 111; R. GATTO, G. GERLA, F. PALLADINO, Lettere di Giacinto De
Cristofaro a Bernard Fontenelle e a Celestino Galiani, in "Annali dell'Istituto
e Museo di Storia della scienza di Firenze", IX (1984), p. 69. Lettere
dal Regno ad Antonio Magliabechi, 2 voll., a cura di A. Quondam e M. Rak,
Napoli, Guida, 1978-1979, I; p. 405. Cfr. anche P. DIBON, Regards sur la Hollande
du siècle d'or, Napoli, Vivarium, 1990.
7 - Cfr. E. GARIN, Storia della filosofia italiana,
3 voll., 19783: II, pp. 370-425 e Galileo e Napoli, in "Nouvelles de
la Republique des Lettres" 1984-III, ora in Galileo e Napoli, a cura
di F. Lomonaco e M. Torrini, Napoli, Guida, 1987, pp. 1-21. Sulla opportunità
di non considerare rigidamente queste due grandi periodizzazioni cfr. P. ZAMBELLI,
La formazione filosofica di Antonio Genovesi, Napoli, Morano, 1972; R. AJELLO,
Cartesianesimo e cultura
, cit., pp. 1-181 e, più di recente,
E. LOJACONO, Immagini di Descartes a Napoli: da Giuseppe Valletta a Costantino
Grimaldi, in corso di stampa.
8 - N. BADALONI, Introduzione a Vico, Milano,
Feltrinelli, 1961. Il saggio di E. LOJACONO, pubblicato in Dalla scienza mirabile
alla scienza nuova. Napoli e Cartesio. Catalogo della mostra bibliografica
e iconografica, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1997,
pp. 13-76 e, con il titolo, L'arrivo del <Discours > e dei <Principia>
in Italia: prime letture dei testi cartesiani a Napoli, in "Giornale
critico della Filosofia italiana", LXXV (1996), pp. 395-443, contiene
una ampia ricostruzione della prima fase della diffusione degli scritti di
Descartes a Napoli. Nello stesso Catalogo, i saggi di F. CACCIAPUOTI (Il processo
agli ateisti: dalle discussioni teologiche al giusnaturalismo, pp. 149-171),
M. RASCAGLIA (Edizioni cartesiane a Napoli, pp. 77-99; La lezione cartesiana
al tempo dell'accademia di Medinacoeli: alla scuola del "gran filosofo
renatista", pp. 175-188; "L'Europa è obbligata molto a Renato".
Letture e traduzioni settecentesche, pp. 223-241), S. RICCI (Momenti essenziali
della diffusione di Cartesio e dei 'moderni' a Napoli, pp. 251-255, e di F.
TUCCILLO, P. ZITO forniscono preziose ricostruzioni bibliografiche e documentarie
intorno ai protagonisti e alle vicende di quegli anni.
9 - B. DE GIOVANNI, Filosofia e diritto in F.
D'Andrea. Contributo alla storia del previchismo, Milano, Giuffré,
1958. Interessante, sull'Accademia degli Investiganti, il giudizio espresso
da Caramuel nella lettera indirizzata a Juan Marco Marci il 12 aprile 1664:
cfr. Mathesis Biceps, Lovanio, 1644, 1, 712: "Non in ea (in Academia
neapolitana) de Rhetorica, aut Rythmica, ut in Italiae plurimis, sed de Philosophia,
ut in Europae paucis. Omnia, quae dicuntur, experimento oculari comprobantur.
Exesse iubentur praeiudicia; experientia enim docet illis magna seduci ingenia,
et animos aliquando turbari: immo etiam perturbari. Simili olim ex causa tumultuabant
Corinthi, divisi in schismata [... ]. Si rebus licet magnis componere parva,
Paulum hodie in nostra Academia imitamur. Dispesci in Sectas et propter illas
in partes publicas universitates videmus et dolemus. Nos Thomae sumus, dicunt
isti; nos Scoti, alii; nos Ochami. Plato olim suos habuit in eisdem discipulos;
suos Renatus Cartesius hodie habet, scholasticum schisma discordias peperit;
et dissensus, qui sub initium mentium erat, reptat in voluntates et odia generat,
amicitiam disrumpit, publicum candorem obnubilat, disputationesque in rixas,
et iurgia defigurat. Schola indigebat remedio: et, quia gravis, et periculosus
erat morbus, maxima medicina. Ut illud adhiberent, et applilcent hanc Patres
Dominicani, in verba D. Thomas iurarunt. Eos imitati Patres Franciscani, in
verba Scoti. At hoc remedium, est manifestum praeiudicium; et haec medicina,
morbus est lethalis et irremedicabilis. Sane optime facerent illi, si D. Thomas
dogmata esse vera constaret: at, quia hoc negant isti, vadunt obscuri sola
sub nocte per umbras, et interdum veritatem adlucentem reliquunt, ne D. Thomam
descivisse dicantur. Idem de Patribus Franciscanis statuam: nam essent laude
digni adhaerentes Scoto, si praescirent illum veritati adhaesisse. Sane adhuc
latet veritas: et factiones huius modi ingenia incarcerent, mentes vinciunt
compedibus; et, quia interdicunt ulterius veritatem inquirere, iubent subdites,
ut hac se illam passe invenire desperent. Laboranti tandem Philosophiae nostra
Academia, aut se remedium adhibuisse iam putat, aut se cite adhibituram sperat.
In obsequium fidei intellectum captivat; non autem patitur, ut ab ullo ille
homine in triumphum aut servitutem deducatur [... ]. Amici nostri sunt, Aristotelis
cuius, qui contemnat ingenium, et invidis; S. Thomas qui testimonio Christi
bene scripsit [... ]. Scotus qui debet Angelorum Regina, ut eius ab hominibus
puritas clarius noscatur; Ochamus, cuius etiannum subtilitates admiramur;
Cartesius, cuius amicitia et epistolis fui honoratus, dum viveret, et ne ingratus
sim, semper illum post mortem, aut sequar, aut impugnem, honoro. Amici etiam
nostri sunt caeteri qui in schola floruerunt, florentur sed magis amica veritas.
Ut expeditius percurramus, implicari nolumus Theologicis difficultatibus;
tractamus solum Physica, et substantiae materialis corporeaeve essentiam et
vires indagamus. Tradeunt experimenta, et primo experimenti certitudo discutitur;
multa enim leguntur in libris, quae finguntur ab otiosis ingeniis, quibus
cum damno Scholae creditur. Secundo, quando de experimento constat, quaeritur
ratio, et, an illud affirmet Peripatum, an destruat. Et sine passione, aut
praeiudicio pro veritate iudicamus". Debbo questa segnalazione a J. -R.
Armogathe. Cfr. R. CEÑAL, Juan Caramuel, Su Epistolario con Atanasio
Kircher, in "Revista de filosofía", 12 (1953), p. 113-114.
10 - Giannone era dunque nel giusto e non di
un suo lapsus può parlarsi: cfr. M. TORRINI, Il Cartesio di Giannone,
in Pietro Giannone..., cit., p. 421.
11 - G. E. BARBAPICCOLA, La traduttrice a' lettori,
in I Principi della filosofia di Renato Des-Cartes. Tradotti dal francese
col confronto del latino in cui l'autore gli scrisse, Torino, F. Mairesse,
1722, s. p.
12 - E. LOJACONO, Immagini..., cit. Lo studioso
dimostra che Valletta e Grimaldi hanno ripreso 'quasi alla lettera' l'interpretazione
della scolastica di Mabillon, e che ripropongono il suo giudizio su Tommaso
D'Aquino e la periodizzazione della Scolastica.
13 - G. B. VICO, Scienza nuova (1725), ed. Battistini:
II, p. 1024.: d'ora in avanti SN.
14 - G. B. DE BENEDICTIS, Lettere apologetiche
in difesa della teologia scolastica e della filosofia peripatetica, Napoli,
Raillard, 1694, s. p.
15 - R. AJELLO, Cartesianesimo e cultura...,
cit., p. 73.
16 - Id., pp. 102-103.
17 - Cfr. M. AGRIMI, Cit...., pp. 545, 546, 549n.
18 - Cfr. G. BELGIOIOSO, Premessa a G. GIMMA,
Sylva rerum notabilium. Tomus III, a cura di M. Occhinegro. Apparato critico
e fonti di G. Belgioioso, Lecce, Edizioni Milella, 1999, p. 1-10.
19 - Id., Lettera terza, p. 187.
20 - Id., pp. 275, 276-277.
21 - Arnauld fa esplicito riferimento alle critiche,
che giudica ancora valide, contenute nel suo Des vrayes et des fausses idées
[
] contre ce qui enseigne l'auteur de la recherche de la verité,
Cologne, 1683.
22 - Cfr. N. BOILEAU DESPREAUX, Arret burlesque,
in uvres, Amsterdam, F. Changuion, 1729, vol. IV, pp. 60-61 n. 1: "L'Université
de Paris vouloit présenter Réquête au Parlament pour empecher
qu'on n'ensegnât la Philosophie de Descartes. On en parla même
à Mr. le Premier Président de Lamoignon, qui dit un jour à
M. Despreaux en s'entretenant familierement avec lui, qu'il ne pourroit se
dispenser de donner un Arrêt conforme à la Requête de l'Université.
Sur cela, Mr. Despreaux imagina cet Arrêt burlesque, et le composa avec
les secours de Mr. Bernier et de Mr. Racine, qui furnirent chacun leurs pensées.
Mr. Dongois, Neveu de l'Auteur, et Greffier de la Grand' Chambre, y eut aussi
beaucoup de part, sourtout pour le stile et les termes de pratique qu'il entendoit
mieux qu'eux. Quelques tems après, Mr. Dongois donnant à signer
à Mr. le P. Président ses expéditions qu'il avoit laissé
amasser exprès pendant deux jours, y joignit l'Arrêt burlesque,
pour tâcher de surprendre ce Magistrat et lui faire signer avec les
autres. Mais ce Magistrat s'en aperçut: et comme il étoit etrèmement
doux et familier avec ceux qu'il aimoit, il fit semblant de le jettes au nez
de Mr. Dongois, en lui disant: A d'autres. Voilà un tour de Despréaux.
Il le lût avec grand plaisir: il en rit plusieurs fois avec l'Auteur;
et il convenoit que cet Arrêt burlesque l'avoit empêché
d'en donner un serieux, qui auroit apprêté à rire à
tout le monde. La Requête de l'Université ne parut point. Bernier
en fit une autre sur le modèle de l'Arrêt; mais notre Auteur
n'en faisoit pas grand cas. On la peut voir imprimée dans le Menagiana,
Tom. 4, pag. 271 de l'Edition de 1715 [... ]. Cet Arrêt fût composé
en 1674 et on le fit imprimer en feuille volante".
23 - E. POURCHOT, Défense du sentiment
d'un philosophe contre un rhéteur e Lettre d'un juriste à l'auteur
de la véritable éloquence; cfr. G. W. LEIBNIZ, Sur la démonstration
cartésienne de l'existence de Dieu, par le R. P. Lamy, bénédictin,
in G. W. LEIBNIZ, G IV, p. 405 (trad. it., G. W. LEIBNIZ, Saggi filosofici,
a cura di V. Mathieu, Bari, 1963, p. 88). Cfr. M. FUMAROLI, L'âge de
l-éloquence. Rhétorique et "res literaria" de la Renaissance
au seuil de l'époque classique, Genève, Dorz, 1980.
Il Ms (BNF nuove acquisizioni latine), nn. 516 e 517, 2 voll., cita l'Institutio
philosophica con il titolo dell'edizione del 1695 e fa iniziare la filosofia
moderna da Galilei "qui antiquatam iam pridem Epicuri et Democritii Philosophiam
in usum revocant, naturalia omnia iuxta mecanicae leges [... ] posse et debere
explicari"; dopo Galilei cita tre filosofi moderni: Gassend ("hic
Epicuri atomos insitam belluis animam sensus participem pro virili parte adversus
Cartesium propugnavit"), Cartesius sul quale si limita a dare indicazioni
biografiche e Pourchot. Si tratta di un corso di filosofia anonimo non datato.
In realtà l'autore è André Martin, successore di Pourchot
ed editore della nuova ed. di Pourchot nel 1733 e l'opera probabilmente è
il corso di Martin del 1730 (f. 8r). Pourchot è citato inoltre nella
lettera di Malebranche a Y. M. André, in N. MALEBRANCHE, uvres
complètes
, cit., t. XIX, p. 797. Nel tomo XX vi sono due altre
occorrenze: la prima in un estratto della Vie de P. Malebranche di Y. M. ANDRÉ
(t. XX, 218); la seconda nel Précis de la vie de Malebranche di J.
F. ADRY (t. XX 353). Le prime testimonianze su Pourchot in A. SEGUY, Metaphysica
ad usum scholae accomodata, 2 voll., Paris, 1758; L. M. TISSERAND, Une querelle
scolaire à Paris au 17e, in "Bulletin de la société
d'histoire de Paris", 17 (1890), pp. 76-84; Ch. JOURDAIN, Histoire de
l'Université de Paris, Paris, 1862: pièces justificatives/ le
journal de Demontempuys/1705, p. 195: "Eh bien, il faut encore nommer
M. Pourchot: à quoy le docteur opinant répondit que ce philosophe
jugeroit mieux de ma philosophie, qu'un furieux déclamateur".
25 - Cfr. F. BOUILLIER, Histoire de la philosophie
cartésienne [1854], 2 voll., New York & London, Garland, 1987:
I, pp. 405-607. Sono da vedere gli interventi in Troisième Centenaire
de l'édition mauriste de saint Augustin. Atti del colloquio 19-20 aprile
1990, Paris, Institut d'Études augustiniennes/Institut Catholique,
1990.
26 - Una recente ricostruzione del dibattito,
con la bibliografia, in A. STILE, Introduzione, a N. MALEBRANCHE, Trattato
sull'amore di Dio. Lettera e risposta al R. P. Lamy, Napoli, Guida, 1999.