PREMESSA
Questo volume contiene il primo tomo delle Sylvae rerum notabilium ab autorum operibus tum latinis, tum italicis excerptarum e costituisce la seconda tappa nella realizzazione del progetto di pubblicazione dell'intero corpus degli inediti di Giacinto Gimma [1]. Sylva I è un Ms. autografo di mm. 147 x 100, recentemente restaurato, con legatura di restauro in pergamena, in buono stato di conservazione. Nel restauro è preceduto da due fogli di guardia ai quali seguono due carte di cui la prima mutila. A c. 1r si legge: nove/mà/ma/Moisis/clar/viperas; c. 1v è bianca; c. 2r presenta trasversalmente, nella parte inferiore, una nota - probabilmente di possesso - indecifrabile; c. 2v riporta la seguente annotazione: "pp. (4) 696. La p. 246a non rientra nella numerazione progressiva". Segue la data (7. 2. 80) e la firma della bibliotecaria: Gabriella De Meo. Sul frontespizio, dopo il titolo e un piccolo fregio ad inchiostro, segue la firma autografa: Giacinto Gimma. Il Ms. presenta tre numerazioni. La prima è di Gimma, ed è in pagine, anche se l'abate le definisce variamente: folio, pagina, carta; essa presenta saltuariamente delle linee di cancellature di mano dell'autore, ma anche più recenti. La seconda, in pagine, probabilmente di mano della bibliotecaria Gabriella De Meo, integra e si sovrappone a quella più antica, sia nei casi in cui Gimma inserisce, ma non numera, alcune pagine (quelle che nella presente edizione sono indicate affiancando ai numeri le lettere minuscole dell'alfabeto), sia in quelli in cui l'abate dimentica di correggere sue sviste. La terza, in scrittura più recente, è in cc. Ed è disposta sul recto delle pp. Secondo la numerazione originaria, il Ms. si compone di pp. [4] 654 [35]. Le pp. dell'Index - trentacinque - non sono numerate. Vi sono poi trentacinque pp. bianche: una segue p. 199; due, p. 212; due, p. 242; quattro, p. 254; una, p. 322; una, p. 427; una, p. 446; una, p. 453; una, p. 625; due, p. 636; due, p. 654. Alla p. 477 segue la p. 479, manca , quindi, la p. 478. Alla p. 515 segue la p. 518, dopo quest'ultima ritroviamo, nell'ordine, la p. 517 e, a seguire, la p. 518: manca quindi la p. 516, mentre compare due volte la p. 518; la numerazione riprende quindi regolarmente da p. 519. Alla p. 595 segue la p. 597, dopo quest'ultima ritroviamo la p. 596 e due pp. numerate entrambe 599: la numerazione riprende quindi regolarmente da p. 600. Tra le pp. 246 e 247 c'è un cartiglio dove è riportato un passo delle Naturales quaestiones di Plinio probabilmente di mano di Gimma [2]. Alla p. 358 una linguetta copre l'ultima riga della p. dove è scritto: "Haec sun Danielis Prophetae somnia". Le pp. 627, 628, 629 e 632, presentano ai margini glosse tagliate dall'opera di restauro e non leggibili.
Si è scelto la numerazione originaria e più antica di Sylva I perché ad essa rinvia l'Index, nonché i rimandi interni (nello stesso volume e da un volume all'altro) di Gimma. In particolare: nella p. 167 troviamo un rinvio alla p. 153 ("Imaginationis vis mirabilis est; dictum est supra, 153 fol"); alla p. 178 troviamo un rinvio alle pp. 179-180 ("Reliqua de monstris vide infra, in verbo Imaginatio"); alla p. 212 troviamo un rinvio alla p. 211 ("Pacichelli parlando dell'Imagine di Santa Maria del Carmine di Napoli della quale ne abbiam parlato al num. 9"); alla p. 217 si rinvia alla p. 108 ("Pindaro compose un'Ode con isbandirne affatto la S, come leggiamo in Ateneo; laonde fu intitolata Ode asigma. Vedi al foglio 108"); alla p. 241 Gimma rinvia in glossa alla p. 282 ("Vedi al fogl. 282"); alla p. 261 troviamo un rinvio alla p. 285 ("vedi a cart. 285"); alla p. 282 troviamo in glossa un rinvio alla p. 241 ("vedi fol. 241"); alla p. 329 troviamo ancora un rinvio alla p. 117 ("Molte sono descritte sopra a cart. 117"); alla p. 405 è presente il rinvio alla p. 397 ("in Esaia, e Geremia citati nel num. 3 di questo discorso"); alla p. 416, in glossa, troviamo un rinvio alla p. 397 ("Vedi Bartoli a cart. 397 di questa Selva") [3]. Alla p. 323 un rinvio ad un altro volume delle Sylvae: "Vedi Sylv. Tom. 2, pag. 204. Sant'Andrea mandava oglio. Vedi nella Selva tom. 2, cart. 189. Sant'Ippolito mandava liquore" [4]. Alla p. 446 un rinvio alla p. 492. Quanto alle pp. dell'Index prive di numerazione, è stata scelta la più recente numerazione in pp. È per questo che vi è uno scarto tra l'ultima p. del testo (p. 654) e l'inizio dell'Index ( p. 665). Sylva I è scritto correntemente in italiano e in latino e, allo stato attuale delle ricerche, costituisce l'unico esemplare conosciuto.
Di difficile soluzione appare la questione realtiva alla datazione di Sylva I, nonostante che una glossa autobiografica - "Scritta in Bari nel 1685, essendo studente di Logica" - alla p. 162 fornisca un primo concreto indizio. Non ci sono, infatti, allo stato attuale delle ricerche, elementi per ritenere che la data in glossa vada riferita all'intero Ms. e non debba essere, al contrario, delimitata alla sezione 'Dell'astrologia' alla quale essa è apposta. Impossibile, inoltre, stabilire se la glossa sia stata aggiunta in un momento successivo ad indicare l'epoca - i giovanili anni della scuola - alla quale Gimma ricondurrebbe, a posteriori, la redazione della sezione astrologica [5].
Il primo blocco tematico, con circa centocinquanta pagine, è quello dedicato a questioni linguistiche e retoriche, stilistiche e poetiche [6]. L'astrologia, con circa cinquanta pagine, costituisce, da un punto di vista quantitativo, il secondo blocco.
Intorno alla retorica si concentra tutta una costellazione di problematiche che spaziano dallo stile alle tipologie di versi ('maccaronici', 'correlativi') o di poemi ('Eco'), ai generi della poesia, alla teologia, alla filosofia, a questioni legate alle esigenze del predicatore o semplicemente lessicali [7].
Centrali sono le questioni riguardanti il dibattito sul marinismo e quello su retorica ed eloquenza.
Per quel che riguarda la retorica e l'eloquenza, Gimma è fedele alla lezione dell'aristotelico Demetrio Falereo, che giunge a lui attraverso due vie. L'opera di Falereo era stata, infatti, tradotta in latino da Pier Vettori [8] e in epoca più tarda, nel 1603, aveva conosciuto un volgarizzamento, con il titolo Della locuzione, ad opera dell'accademico della Crusca Pier Segni detto l'Agghiacciato. Del Della locuzione di Segni, Sylva I presenta, alle pp. 9-20, un Compendio nella forma di raccolta schematica, ma completa, delle parti principali; quanto alla traduzione latina di Pier Vettori, Gimma trascrive alle successive pp. 20-44, il commento a questa edizione del teologo francescano, oratore e polemista antiprotestante Francesco Panigarola (1548-1594). Quest'ultimo aveva utilizzato la traduzione di Vettori in un'opera, Il Predicatore […] overo parafrase, commento, e discorsi intorno al libro dell'elocutione di Demetrio Falereo, pubblicata postuma nel 1609. Il testo, come recita il titolo contiene i precetti, e gli essempi del dire, che già furono dati a' Greci, ridotti chiaramente alla prattica del ben parlare in prose italiane, e la vana elocutione de gli autori profani accommodata alla sacra eloquenza de' nostri dicitori, e scrittori ecclesiastici [9].
Attraverso queste due fonti, Gimma registra due tendenze non uguali ma convergenti: quella arcaizzante dell'accademico della Crusca Pier Segni si evince dalla minuta casistica dedicata agli stili ('magnifico', 'freddo', 'ornato', 'umile', 'secco'), ognuno dipendente dalla specifica struttura del 'periodo', dei suoi 'membri', strutturati secondo una 'testura' della locuzione; quella controriformistica di Panigarola - non a caso autore dei Gesuiti e, primo tra tutti, di Daniello Bartoli [10] - che curvava le tecniche persuasive del retore alle esigenze etico-religiose dell'oratore/predicatore. Non a caso, nel testo di Panigarola Gimma trova altre indicazioni: quelle raccolte nella sezione Scrittura sacra, e sue parti contengono la suddivisione in otto parti della Sacra Scrittura da Pietro Aureolo: politica, istorica, hinnodica, oratoria, disputativa, consultativa, testimoniale, epistolare (p. 22); quelle in Parole rancide toscane contengono l'avvertimento al predicatore di astenersi da parole 'rancide' in quanto "da cento e più anni in qua non possono sentirsi" (p. 22) e il suggerimento a "scrivere o parlare secondo l"uso"; quelle in Della metafora ricostruiscono storicamente, in diversi autori da Aristotele via via attraverso Senofonte, Cicerone, Stazio, Lucano, fino a Boccaccio, Petrarca e Castelveltro l'uso delle metafore, con l'avvertimento al predicatore ad utilizzarle in modo parco e moderato, come suggeriva Aristotele: "Le Metafore secondo avvertisce Aristotile nel 3 della Rett. cap. 2 devono avere il decoro, e si devono "fare le traslationi secondo la dignità di quel che si dice in modo, che non eccedano troppo evidentemente o siano eccedute dalle cose, alle quali vengono trasferite" (p. 31).
Il percorso di Gimma attraverso Panigarola e le fonti classiche, approda ad una definizione che non lascia adito ad alcun dubbio: è indispensabile per gli oratori "mostrarsi buoni cristiani e non buoni ciceroniani" (p. 23). Le regole retoriche e dell'eloquenza pensate da Demetrio Falereo per una funzione pubblica, ma soprattutto civile, sono ora cristianamente piegate a servire alle esigenze della retorica sacra: il retore è ormai il predicatore.
Si capisce perché, relativamente alla questione dell'autenticità del De interpretatione di Falereo, posta da Gesner nella Biblioteca universale e riassumibile nella mancata menzione dell'opera di Falereo in Diogene Laerzio [11] (p. 20), Gimma difenda l'autenticità dell'opera: "Lo stesso Panigarola nel principio del suo Predicatore […] dimostra due cose, la prima che Falareo compose un libro col titolo di Periermenias, cioè de Elocutione; la 2ª che questo, del quale si parla, sia di Demetrio" [12]. Gimma stigmatizza il comportamento di quei retori, tra gli altri anche Cicerone, che "dopo lui [Falereo] hanno dati praecetti rettorici" senza nominarlo. Tuttavia, a giudizio di Gimma, "l'argomento negativo non prova: I tali non hanno detto, che tu sei Autore del libro, dunque tu non l'hai fatto", mentre si può con certezza affermare che "di Demetrio […] tutte l'altre opere si sono perdute, e questa per molto tempo sia stata smarrita, nel qual tempo avendo scritto Cicerone, ed altri Rettorici, non ne abbiano fatta mentione" (p. 21).
Quanto al dibattito sul marinismo, alla fine della p. 241 del ms. (p. 103), a conclusione di una lunga trascrizione da Van Helmont, troviamo un'annotazione relativa all'antimarinista Tommaso Stigliani che, nell'Occhiale, investe con la sua polemica non solo Marino ma, anche, Omero, Aristotele, Ovidio, Virgilio e soprattutto Ariosto, Guarini, Tasso. Di Marino, in particolare, Stigliani critica l'Adone in nome di un gusto barocco più moderato [13]. Stigliani apre un fronte di discussione su modelli e stilemi della cultura barocca che si ampliano a comprendere la Gerusalemme liberata di Tasso, giudicata opera barocca 'antelitteram' e anticipatrice dei moduli stilistici della poesia di Marino. Sui due fronti contrapposti, dei marinisti e degli antimarinisti, troviamo, da una parte, i partigiani di Tasso e dall'altra quelli di Ariosto. Tra questi ultimi, com'è noto, c'è anche Galilei che si era espresso in tal senso nelle Considerazioni sulla Gerusalemme Liberata e nelle Postille e correzioni al Furioso. Ed è curioso che proprio Stigliani avesse curato, nell'edizione Mascardi del 1623, il Saggiatore [14].
Com'è noto, la Gerusalemme liberata aveva diviso i letterati italiani tra oppositori (che rivendicavano la superiorità dell'Orlando furioso) e sostenitori: "Il Goffredo del Signor Torquato Tasso si vide 22 volumi d'Oppositori", annota Gimma da Pellegrino (p. 51) [15].
I testi di riferimento di Sylva I sono: l'intervento di Francesco Patrizi, Parere in difesa di Lodovico Ariosto contenuto in un volume curato dal figlio dell'Ariosto, Orazio (Difese dell'Orlando furioso dell'Ariosto, 1585); e due opere di Camillo Pellegrino, il più strenuo difensore di Tasso (fu lui a dare vita alla polemica): la prima, dal titolo Difesa dell'Orlando Furioso dell'Ariosto si trova in una ristampa dell'Apologia del S. Torquato Tasso, in difesa della sua Gierusalemme liberata ampliata ad altri interventi, compresa una "riposta dell'istesso Tasso, al discorso del Lombardelli, intorno a i contrasti della sua Gierusalemme" (1586). L'opera era diretta agli Accademici della Crusca - l'accademia era nata di recente - e conteneva "accuse, et difese dell'Orlando Furioso dell'Ariosto. Et alcune lettere, pareri, et discorsi di diversi auttori nel medesimo genere". La seconda opera di Pellegrino è una Replica […] alla risposta de gli Accademici della Crusca (1587) (p. 51 e pp. 116-118). Dalla parte dei sostenitori, l'erudito umanista Roberto Titi poneva Tasso al di sopra degli stessi poeti greci e latini, ossia dei grandi modelli dell'antichità, Omero, Esiodo, Virgilio; dalla parte opposta, il segretario della Crusca secondo il quale "il Tasso non è Poeta, ma riducitore d'altrui storia in versi" e la sua Gerusalemme "ha molte cose comuni con la Iliade" (p. 51). Gimma passava in tal modo alla questione relativa alle tecniche di versificazione, anch'essa connessa al marinismo. Due i testi di riferimento: il Dialogo sopra la Potenza d'Amore, scritto senza R. del antigalenista napoletano Giuseppe Prisco [16] e La R sbandita di Giovanni Nicolò Ciminelli Cardone. Questi due autori davano indicazioni relative a mitici autori di 'iliadi' e 'odissee' scritti in versi senza l'uso della lettera A oppure della lettera B: "Nestore Larandese, e Triphiodoro; il primo scrisse l'Iliade, il 2° l'Odissea. Ma, come dice Suida, scrisse ciascuno il suo poema; perciò che vollero, che nel primo libro iscritto da Greci A non vi si ritrovasse la lettera A, e che nel 2° iscritto pur da Greci B non vi si ritrovasse la lettera B" (p. 51). Del greco Trifiodoro si diceva inoltre che avesse composto un'Odissea, detta dai Greci Lipogramma, in 24 libri quante sono le lettere dell'alfabeto "ed in ciascun libro mancava una lettera: onde nel primo non si vedeva l'A, nel secondo il B, nel 3° il C, così l'altre" (p. 94), Nesso Licio, autore di un'Iliade "nella medesima guisa"; ma anche Pindaro, che avrebbe composto un'Ode "con isbandirne affatto la S, come leggiamo in Ateneo; laonde fu intitolata Ode asigma" [17].
Non è forse casuale che, al momento in cui vorrà comporre una metafora forte, il cruscante (fu arciconsole dell'accademia), petrarchista, antimarinista, arcade Francesco Redi, ricorra al Tasso. Nel suo Bacco in Toscana, ricorrerà ai versi di Tasso per dipingere le comete come stelle nuove nelle quali andavano, dopo la morte, le anime pure degli eroi (p. 239). Si deve, tuttavia, precisare che Gimma introduce qui una questione - superiorità della poesia italica, e del sonetto come invenzione italiana, su quella francese - alla quale, e non solo limitatemente alla poesia, dedicherà nel 1723 la Idea dell'Istoria dell'Italia letterata.
Quanto alla querelle Tasso/Marino-Ariosto, Gimma riporta tutte le voci in campo, limitandosi a riconoscere con Aristotele che il poeta - in questo diverso e superiore allo storico - costruisce liberamente mondi fantastici e verisimili. Significativa, a questo proposito, è la trascrizione dall'Oratio in Serapim (1566) del sofista Publio Elio Aristide: "Felices vero sunt Poetae, et ab omni molestia liberi, nec enim tantum licitum est illis argumenta qualiacumque, sive illa falsa sint, sive inepta sive omnino absurda suscipere; sed et pro suo arbitrio sententiis eadem variant, et argumentis" [18] (p. 48).
All'interno di un quadro culturale fin de siècle di ascendenza manierista, si colloca certamente la sezione intitolata Laberinti metametrici su soggetti sacri quali la Vergine o l'Eucarestia ("In Apoteosi Beatae Virginis Mariae Labyrinthus Metametricus ex disticis retrogradis", "De caelesti ambrosia, et divino nectare mirabiliter in Eucharistia exhibito labirintus retrogradus") (pp. 174-184). Esercizi di abilità dove distici, esametri, pentametri sono inseriti in croci di Malta inscritte in circoli, oppure in caselle inscritte in un grande quadrato per consente direzioni di lettura differenti (versi palindromi): da destra a sinistra e viceversa, dall'alto in basso e viceversa, diagonalmente. Nei versi di Gimma si ritrovano due delle regole che governano il sonetto retrogrado: ogni verso può essere letto anche da destra a sinistra, mantenendo lo stesso significato; ogni verso ha in sé un senso compiuto. Non è, al contrario, rispettata la regola secondo la quale anche le parole iniziali dei versi rimano tra loro secondo lo schema rimico seguito dalle parole finali. Gimma si misura con la composizione poetica d'occasione, facendo tesoro del modello dei Carmina chronographica del suo amico, il poeta Giovambattista Notarangelo e dedicando "ad archepiscopum barensem Thomam Mariam Ruffum" il suo "labirintus metametricus", oppure al "pro divo Laurentio Martire gratia constans in carminibus safficis a dextra parte ad sinistram, et exametris, ac pentametris ab angulis in superibus ad inferiores") [19].
Il secondo blocco tematico, dedicato all'astrologia è preceduto da una sezione - Modus erigendae figurae - in cui viene calcolato l'oroscopo secondo le 'istruzioni' contenute nelle Ephemerides del matematico e astronomo tolemaico padovano Andrea Argoli, su una data che apparentemente sembra scelta a caso: il 31 maggio 1671, (pp. 150-161) [20]. L'abate propone qui un'esercizitazione pratica la cui stessa legittimità, in quanto implica dei limiti alla libertà umana, condanna poi nella sezione successiva, quella astrologica, in una sequenza oroscopo/astrologia che sembra intenzionale ed in vista di un ipotetico lettore che eventualmente avesse messo mano a queste carte. Preoccupazione che, nell'annotazione autografa alla c. 2v di Sylva III, Gimma aveva espresso, del resto, apertis verbis [21].
L'astrologia viene presentata, com'era d'uso, in modo didascalico, attraverso definizioni e classificazioni: "L'Astrologia è una parte della Matematica mista che considera la quantità in tale, o tale materia. Dicesi Astrologia da Astro, cioè stella, per che è trattato, o scienza delle stelle, e sfere celesti con li loro moti, siti, grandezze, aspetti, et altre passioni loro. Il primo astrologo fu Anassimandro al dir di Plinio, e fu ritrovata questa scienza da Urania Sibilla come porta l'Alunno nella Fabrica del Mondo num. 786". Segue l'altrettanto prevedibile condanna dell'astrologia giudiziaria che costituisce una delle sottobranche della astrologia, divisa appunto in 'teorica, et speculatrice' da una parte e 'prattica' o giudiziaria e 'prognosticatrice' dall'altra: "La Teorica con l'[…] aiuto delle […] Geometriche, ed Aritmetiche dimostrazioni dichiara i movimenti di ciascuna stella, la grandezza, sito, distanza, aspetti, e l'apparenze ritrovate per manifestissime osservationi, e questa vien detta Astrologia Naturale, o Astronomia, dalla quale è derivata la Cosmografia, della quale ne trattaremo diffusamente con dar cognitione dell'Astronomia. La Giudiaria Astrologia, o Prognosticatrice con […] ragioni naturali ricerca le forze, e valore delle stelle, con le quali esse eccitano alteratione per certa loro convenienza, così negl'elementi, come anco nelli corpi elementari, le mutationi de' tempi, li temperamenti, de' Corpi humani, l'inclinationi, e simili, imponendo necessità, il che con raggione è stato prohibito dalla Chiesa come vedremo più sotto" [22].
Numerosi i testi di riferimento, indicati in pagine dense di nomi di autori e di opere secondo il gusto classificatorio dell'erudito. Essi costituiscono l'ampio e articolato orizzonte nel quale l'astrologia viene inscritta in percorsi non ovvi, in taluni casi anche molto distanti dall'oggetto principale della ricerca. Opere generali di carattere erudito sono poste a fianco ad altre più specialistiche, nelle quali Gimma ha cercato e trovato un filo conduttore univoco. Lo scritto di Francesco Alunno, ristampato a Venezia nel 1593, 'conteneva', come recita il titolo, "le voci di Dante, del Petrarca, del Boccaccio, et d'altri buoni autthori, mediante le quali si possono scrivendo esprimere tutti i concetti dell'huomo di qualunque cosa creata", al fine di procurare "intera sodisfattione di chi desidera haver piena cognitione della nostra lingua". Il De coelo dei Conimbricensi (1598) e i sei libri delle Disquisitionum magicarum di Martin Delrío (1606) davano a Gimma il supporto teorico nel quale inserire le informazioni di carattere cronachistico ed erudito che invece erano fornite dall'Almanacco perpetuo […], illustrato, e diviso in quattro parti e quelle, in quindeci trattati distinte (1647) di Rutilio Benincasa, da La grillaia curiosità erudite di Scipione Glareano sul costume degli antichi in chiedere gratie per mezzo della Barba (1668), dai Detti memorabili di personaggi illustri di Giovanni Botero (1614) e, per finire, dal Pandosion sphaericum in quo singula in elementaribus regionibus, atque aetherea, mathematice pertractantur (1653) di Andrea Argoli. A tener conto dell'ordine in cui si succedono queste schede di lettura, potremmo concludere che, a giudizio di Gimma, preliminare agli studi astrologici fosse una 'piena cognitione' del significato dei termini, affiancata ad una ricognizione storica il più possibile esaustiva nella quale gli autori, antichi o moderni, pagani o cristiani, filosofi, teologi, letterati e scienziati, fossero classificati per argomento dando vita ad una ideale 'libraria'.
All'astrologia, anche se indirettamente, sono dedicate, in chiusura di Sylva I, tre sezioni nelle quali vengono trascritti ampi stralci delle Animadversiones in decimum librum Diogenis Laertii, qui est de vita, moribus, placitisque Epicuri (pp. 255-259) di Gassendi. In particolare, Delle qualità che chiamano occulte (traduce De qualitatibus vocatis occultis); De pulvere sympathetico; Della generazione e corruzione (traduce il De ortu et interitu seu generatione, et corruptione rerum); Delle cose celesti (traduce la Meteorologie pars prior, quae est de sideribus [23]. L'astrologia - Gimma ripete con Gassendi - ha trovato terreno fertile, e anzi fondamento filosofico, in quelle filosofie che erano state costruite sulle qualità occulte. Il filosofo corpuscolare colpiva proprio in questa direzione, costruendo la sua filosofia su tre prerequisiti: 1) il filosofo naturale non ricerca la verità; 2) le 'cagioni' che il filosofo ricerca e trova sono solo probabili; 3) tali cagioni derivano dai principi che il filosofo pone. L'astrologia si fondava, al contrario, sulle qualità che suddivideva in manifeste e occulte: "Le qualità, le dicui cause son chiare, diconsi qualità manifeste. Le altre, le di cui cagioni non son note, chiamansi occulte. E benchè tra le cose naturali non v'è cosa propriamente vera, ma probabile, così in questa materia procuraremo secondo i nostri principi spiegare quelle qualità chiamate occulte, che dagli antichi spiegar non si veggono" (p. 255). Gimma, con Gassendi, passa al vaglio e scompagina le concettualità astrologiche: le qualità occulte, come la simpatia, l'antipatia, inventate dagli antichi per spiegare tutti quegli effetti naturali, che destano meraviglia, sono state poi distinte in 'generali' o 'speciali'. "La generale è una cospirazione di tutte le parti dell'Universo, ed un celeste influsso de' corpi celesti nelle cose inferiori"; la speciale è quella che indurrebbe il girasole a volgersi verso il sole e il gallo a cantare quando il sole sorge. Essa renderebbe le carni delle ostriche, le midolla di animali, ed altre cose umide più abbondanti nel tempo del plenilunio e spiegherebbe i fenomeni di elettricità: le cose, "quando saranno fregate, tirano a se le picciole paglie, e simili cose leggiere postele vicino, e le ritengono [...]. In alcune cose però è necessaria la fregazione per farle operare, perché in tal modo i poretti loro si rilasciano, e si dà libertà a i corpuscoli di calore, acciocchè possano uscir fuori; l'aria poi essendo contraria a detti corpuscoli, gli forza a ritirarsi donde uscirono, e così condurre quelle cose leggiere, che si veggono tirate" (p. 255). "Le qualità speciali - che sono il nome dietro il quale i filosofi hanno nascosto la loro ignoranza - sono molte così tra gl'Inanimati, ed insensibili, come tra gli animati. Conforme va mostrando Gassendo" (p. 257).
L'adesione al programma della filosofia corpuscolare è fissato in ampie citazioni da Gassendi e da Galilei. L'occulto, scrive Gimma, nasconde in realtà la difficoltà a determinare le cause dei fenomeni naturali a causa della debolezza dei nostri sensi e della sottigliezza dei corpuscoli: "Assegnar la cagione delle cose alla simpatia, antipatia proprietà occulte, influenze, e simili "termini usati da alcuni filosofi per maschera della vera risposta, che sarebbe: Io non lo so. Risposta tanto più tolerabile dell'altra, quanto una candida sincerità è più bella d'un ingannevol doppiezza. Disse il Galileo a Lottario Sarsi nel Saggiatore"" (p. 257). Così, nelle 'cose celesti', ossia in ciò che riguarda "il cielo, e le stelle che in esso vi sono; preso [...] il cielo, strettamente volle Aristotile ed altri che fosse solido, ed insegnano gli aristotelici, che le stelle sono le più dense parti de suoi orbi, e cieli particolari (perché tanti cieli assegnano, quante sono le stelle) in quel modo istesso, in cui sono i nodi nelle tavole di legno, le quali sono le parti più dense e della medesima sostanza lignea" (p. 258). Rispetto a questa descrizione, il telescopio ha tolto la fatica della confutazione, fornendo prove inoppugnabili. Ed anche nel caso del colore bianco, "il quale ancora si vede nel cielo, cioè nella galassia, o via lattea, molti variamente dissero; ma tralasciando tutte le opinioni, disse Democrito appo Aristotile, e Macrobio, che sia una unione di stelle minutissime, qual sentenza verissima si scorge coll'invenzione del telescopio [...] ed il primo, che l'osservò fu il Galileo (secondo dice Gassendo) il quale (in Nuncius Sidereus) ci avvisò, che sia "Innumerarum stellarum coacervatim consitarum congeriem. In quamcumque enim regionem illius, perspicillum dirigas, statim stellarum ingens frequentia sese in conspectum profert quarum complures satis magnae, ac valde conspicuae videntur; sed exiguarum multitudo prorsus inexplorabilis est"". Galilei e Gassendi tornano insieme nella sezione dedicata alle maree - Maris aestus - dove il filosofo francese esprime un giudizio favorevole all'opinio Galilaei che attribuisce la marea ad acceleratio, et retardatio per il combinarsi del moto annuo e diurno della terra.
La nuova fisica, grazie anche all'invenzione di nuovi strumenti, ha così evidenziato quali fossero gli 'errori di Aristotele'. Un elenco di questi errori, Gimma ricava da un testo condannato, il Parere divisato in otto ragionamenti. Ne' quali partitamente narrandosi l'origine e 'l progresso della medicina, chiaramente l'incertezza della medesima si fa manifesta di un autore 'proibito', Leonardo di Capua. A lui, e agli autori che richiama, una folta schiera che comprende Alberto Magno, Francesco Patrizi, Giulio Cesare Scaligero, Robert Boyle, Francesco Redi, Pierre Gassendi e tanti altri, fa, infatti, riferimento nella sezione intitolata Errori d'Aristotile: "Che l'arco celeste non possa apparire maggior di mezo cerchio. Ma Francesco Pico Mirandolano, il Campanella, Gassendo, Giuseppe Blancani, ed altri dicono averlo veduto maggiore; anzi Lionardo Di Capua, che l'abbia veduto intero, dove il sol sia alto, e l'huomo da qualche monte assai rilevato il guardi. Disse, che sia malagevole a formarsi quello della luna, e che ne' plenilunii solamente soglia apparire. Alberto Magno tiene ciò per favoloso; il Capua dice essere possibile in ogni tempo. Che l'acqua del mare nel fondo è dolce. Giulio Scaligero lo confermò […]. E dice il Boile, che non solo i tuffatori moderni inglesi l'hanno assaggiata salsa in fondo; ma in certi luoghi della zona torrida ritrovarono certa volta pezzolini di sale, e se ne servirono i pescatori per condir le vivande. Che la galassia sia un'incendio perpetuo bruciante nella region dell'aria per l'esalazioni che dalle basse valli, e dagli alti monti vi manda la terra. I suoi seguaci stessi e tutti Olimpiodoro, Averroe ciò negarono dicendo con Democrito, che siano stelle minutissime. Che ragnateli cavano il filo, non dal luogo del secesso, e generato nelle viscere, come dicea Democrito, ma da tutte le parti del corpo, a guisa di corteccia, e lanugine. Hanno sperimentato la verità detta da Democrito, Plinio, Giuseppe Blancani, Tomaso Moufeto. Che i ragnateli partoriscono vermicelli vivi, e non ova. Redi dice il contrario (Redi degl'Insetti). Che il leone non abbia midolle nelle ossa maggiori, ma solamente in alcune piccole, cioè delle gambe n'abbia così sottili, che appena si veggano, e che però sia forte. Borrichio aperti due gran leoni in Afnia reggia di Danimarca, vide aver gran copia di midolle. In Napoli s'osservò prima di Borichio in un leone di D. Tiberio Carafa principe di Bisignano. Che le ossa del leone siano così dure, e salde, che fregandosi, se ne tragga il fuoco. Borrichio dice il contrario. Che l'orina del leone puzza, come anco l'interiora; falso" [24].
La filosofia aristotelica, come insegna Thomas Sprat, si risolve "in arguendo, et disputando" e rende gli uomini insolentes, arrogantes, obstinatos. Quella corpuscolare, costruita sulla sperimentazione, "homines impellit ad tentamina, et labores, curat animos eorum a tumore Thrasonico [...]; liberat animos eos a perversitate, non permittendo iis conclusionum suarum nimis peremptorium iudicium; manus eorum assuefacit rebus, quibuscum negotio vitae arctius intercedit cognationis vinculum; propellit umbras, que vel extendunt, vel obscurant actiones humanas" (pp. 1-2). Insolentes, arrogantes, obstinatos sono, quindi, gli aristotelici "suis asperis et duris contentionibus, sterilique et obstrepente garrulitate sibi ipsis nocent, dum frustra tenebras offundere nituntur, luci serenae realium, ac dignissimarum conclusionum Philosophorum empiricorum. Aristotelem tanquam magnum Oraculum appellant. Nos vere maiore aestimatione veneramurveram eius dignitatem, quam personati Aristotelici reipsa faciant. […] Ethica, et Politica, ut plurimum firmae veritatis. Metaphysica in multis notionibus acuta. Sed omnia ista sunt obscurata, et depressa examinibus parvorum serpentium Systematum, et dilutorum Commentariorum" [25]. Gli altri, i filosofi corpuscolari e sperimentatori hanno raggiunto risultati documentati nelle opere dei vari Isaac Vossius, John Wallis (del quale è citato il De motu marium et ventorum), Johann Volckamer, Thomas Bartolino. Gimma ne ha notizia dalle Philosophical Transactions, che legge nella traduzione latina del 1675 di Olbenburg - gli Acta philosophica - dalle Ephemerides Medico-phisicarum Curiosarum di Lipsia (specializzate "in sola medicina": p. 53), dal Journal de sçavans (dal quale si cava la "liberalis rerum curiosarum cognitio") che conosce indirettamente attraverso le Ephemerides e dal Giornale de' Letterati. Le ultime tre egli indica, rispettivamente, con il nome di Miscellanea e/o di Ephemerides Germanorum, di Ephemerides Gallicae e di Ephemerides italicae. L'ampio spazio dato alle riviste in apertura di Sylva I, è un indicatore tra l'altro delle nuove vie attraverso le quali si trasmette l'informazione scientifica alla fine del Seicento.
Gli Acta philosophica sono, in particolare, una fonte importante di notizie relativamente agli anni 1665-1669. Gimma annota da un estratto di Johannes von Muralt sul monte cristallino, di Vossius sull'origine dei fiumi. Dalle Ephemerides germanorum sono ricavati, invece, gli excerpta sui venti e sui fulmini (p. 83) e, a questo proposito, viene citato, tra gli altri, anche Descartes e i suoi Principia philosophiae [26]. Gimma raccoglie notizie di argomento vario. Quella relativa alla 'tromba morlandica' "che parla di lontano, o porta distinte, ed articolate le voci in distanza assai maggiore della naturale, essendosi arrivata due miglia sopra la terra, e tre sopra acqua" (p. 79) e deve il nome a Samuel Morland è ricavata dalla Miscellanea curiosa che pubblica la lettera di Oldenburg a Sachs del 22 dicembre 1671 e dal "Giornale de' Letterati" che nel numero del 1672 pubblica la lettera di Morland a Carlo II d'Inghilterra (p. 79). Fonti scientifiche alle quali l'abate affianca quelle erudite. La sezione intitolata Fulmine, esordisce con una citazione dal Compendio dell'Istoria del Regno di Napoli di Tommaso Costo che amplia nel 1613 il Compendio di Collenuccio: "Sogliono alle volte i fulmini presagire qualche danno, così leggiamo nel [...] che nel 1572 cadde una saetta in Roma [...] e ne seguì la morte di Pio V" (p. 112) e prosegue raccogliendo un'ampia letteratura a conferma che i fulmini preannunciano sciagure (pp. 112-113). La sezione pyrabolica (p. 89) cita dal Vestibulum pyraboliae di Kästner pubblicato negli Acta medica di Thomas Bartolinus, mentre per le gocciole di vetro e le esperienze fatte a Parigi presso l'accademia di Montmort vengono utilizzate le notizie che ne dà Francesco Nazario nel "Giornale de' Letterati" (p. 72). Per il microscopio, al quale sono dedicate più sezioni, le fonti sono: la Miscellanea dove Sachs, attribuendo questa invenzione al napoletano Francesco Fontana, cita Descartes: "Plura de Microscopii confectione videri possunt apud Fontanam [...] Renatum des Chartes in Dioptr., Hevelium [...], Athanasium Kircher [...] Petrum Borellum [...] Robertus Hocke" (pp. 54-55); la Selenographia (1647) di Hevelius che descrive i diversi generi degli specchi ("Speculorum formae sunt diversissimi generis: aliud enim est planum, aliud concavum, aut convexum sphaericum") e la differenza "inter speculum concavum, et convexum" (p. 119); il Tractatus opticus di Kolhans pubblicato nel 1663 che "riferisce aver preso le cose sue da alcuni autori" (p. 135), citando tra gli altri Caspar Hofmann, Johann Alsted, Ambrosius Rhodius, Zucchi, Johannes Hevelius, Christoph Scheiner, Schyrleus de Rheita, Girolamo Sirtori, Pierre Borel, Francesco Fontana.
Si tratta di opera artis alle quali la Miscellanea dedica ampio spazio: dalle osservazioni microscopiche di Borel ("charta tenera, et melius unita ope conspicilli scabrosa apparet" e di Hocke ("Punta subtilissima, quae in libris ponuntur videntur quasi nuces castaneae") a quelle di Lange e Savotus sulla "varia mixtura varietatem colorum" (p. 55) o quella sul clavus aureus di Otto Tachenius della quale riferisce Oldenburg: "Narratur, hunc Chymicum, cum eundem clavum, qui totus ferreus apparebat, adstante Principe, oleo cuidam ad mediam partem immerserit, id omne, quod oleum pertigit, momento aureum reddidisse. Cum multi homines hunc clavum ad examen reducerent, cernerentque aurum, et ferrum admodum prompte coniuncta, id nullo alio pacto fieri posse existimarunt, quam vera alterutrius horum metallorum in aliud mutatione, cum nescirent fieri posse, ut simul glutinarentur" (p. 64).
Tra le opera naturae, trovano posto le osservazioni di Borel, Bartolino, Kircher su minerali, animali e vegetali. Gimma le suddivide in più sezioni. In Rusticus annorum 152; Primo, il caso di Thomas Parre londinese morto a 152 anni e nove mesi che Harvey ha annotato: ""Eius cadaver" apertum fuit post mortem, et repertum "admodum carnosum, pectus hirsutum, genitalia integra, quod nota fuit non exigua, qua firmabatur rumor, ipsum publicas propter incontinentiam censuras subiisse precipue cum post tempus hoc, nempe aetatis 120 anno viduam duxerit, quae agnovit, eum cum ipsa rem habuisse, ut alii mariti solent, et usque ad 12 annos retroactos solitum cum ea congressum frequentasse"" (pp. 66-67; ma cfr. pp. 243-245); la Botanica, et eius scriptores, letti attraverso il De plantis di Andrea Cesalpino, il De vegetabilibus e il Liber de purgantibus vegetabilibus di Werner Rolfinck, il De vitis pontificum et alia opera di Bartolomeo Sacchi.
Dall'Epistola invitatoria ad celeberrimos Europae medicos pubblicata nel 1670 nel primo numero della Miscellanea, Gimma ricopia i nomi dei più famosi medici e scienziati d'Europa: Jean de Launoy, Pierre Bourdelot, Pierre Gassendi, René Descartes, Henri Justel, Pierre Petit, Gilles Personne de Roberval, Blaise Pascal, Samuel Sorbière, Kenelm Digby, Robert Boyle, Theodore Hack, Walter Charleton, Henry Oldenburg, Thomas Willis, la experimentalis societas fiorentina del Cimento, Athanasius Kircher, Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani, Tommaso Cornelio, Vopiscus Foretunatus Plempius, Georg Horn, Franciscus Sylvius (Boë), Nicolaus Stenon, Olaus Borrichius. Più sezioni sono dedicate alla medicina, a cominciare da quella dove sono definiti i 'cattivi medici': "fraudulenti dentifrangibuli, scatophagi empirici, pediculosi unguentarii, umbratici medicastri, infames magi, crumenimulgi, praestigiatores, prodigiosi uromantes, extesticulatores lithotomi, grandistrepi sacrificuli, furnarii ciniflones, et qui sunt alii vaniloquidoci, et nugi polyloquides" (p. 70). Appellativi negativi ad indicare una degenerazione dell'arte, ribadita attraverso le parole di Jean Tixier Textor: "Fingunt se medicos omnes, idiota, sacerdos, Iudaeus, Monachus, histrio, rasor, anus" e di James Primerose che nel De vulgi erroribus in medicina, accenna a quei plurimi medicastri ignari dell'arte o appena informati "empto in peregrinis Academiis Doctoris titulo, aut saltem se emisse simulantes, et sic ementito honore superbi domum redeunt, ut civium sanguine, et divitiis saginentur" (p. 90). I Medici scacciati, Medici puniti costituiscono due sezioni nelle quali si perfeziona la raffigurazione del medico ciarlatano descritto in Medici inducono morbi (pp. 245-246). Ciarlatani che diffondono le superstiziose credenze riguardanti le comete le quali "ordinarium mala, perniciemque mortalibus portendere vulgaris est opinio. Politicis bella, seditiones, Theologis religionum mutationes, haereses, Nautis ventos, et tempestares, Agricolis annonae penuriam, sterilitates, medicis pestem significare creditur" (p. 7). Gimma annota, con il James Primerose del De vulgi erroribus in medicina, 1658 e difende con Van Helmont (Astra necessitant: non inclinant nec significant de vita, corpore, vel fortunis nati, in Ortus medicinae, 1652) la libertà dell'uomo contro la capacità predittiva dell'astrologia, in quanto, tale libertà è compatibile con la ben più possente prescienza divina: "stellae sunt per modum signi, et praenuncii, non per modum causae", sicché "praecognitio divina non tollit ab homine arbitrandi libertatem" [27]. "Il Medico - precisa Gimma - bisogna che sia dotto, accorto nel ritrovar rimedi, di tenace memoria, di facile reminiscenza, di giudizio retto, destro nelle sue operazioni, audace nelle cose sicure, e necessarie, non precipitoso nelle dubbie, e pericolose, affabile cogl'infermi, facile, e conversabile cogl'huomini della sua professione, prudente, e circospetto nel presagire, misericordioso verso i poveri, non avido del denaro, liberale, ed amator di Dio e della verità" (p. 94). Quanto alla 'buona' medicina, essa "incepit [...] observatione, crevit exempliis, formata est ratione" (p. 80), è nata presso gli Egizi, è stata adolescente con Ippocrate e ha raggiunto la maturità piena con la moderna medicina. La medicina include anche sezioni dedicate alla descrizione di casi straordinari: Ingravidatio sine membri virilis intromissione dove viene registrata una esperienza di Sorbière (p. 81); Mortui deglutitione; Animalia ex abscessu, lac in viris: "Non solum foeminae praegnantes lac habent", si legge, ma anche in "mammis virginum, et mulierum menstruis carentium, item in virorum quorundam mammillis productum fuisse testantur Schenckius" (p. 78). Le sezioni dedicate all'imaginatio costituiscono un ponte dalla medicina al mostruoso. Gimma annota da Kerckring, il quale "refert de foemina quadam, quae "cum elaemosynam mendicae denegasset, mendica ipsi intra sex menses mortem praedixit: quae cum saepe fatalem terminum sibi proponeret, ad imaginem illius cohorresceret, et aucta in dies imaginatione indeque infirmitate, eo ipso die mortua est"" (p. 70; una seconda sezione imaginatio si trova alle pp. 75-76, mentre, alle pp. 76-77, due sezioni sono dedicate, rispettivamente a: imaginatio, et phantasia in gravidis e monstruosi partus). La definizione di imaginatio, del resto, mette in luce la forza dell'immaginazione nella costruzione di figure mostruose: "Imaginatio ad monstruorum efformationem maximopere concurrit, cum plerumque usu veniat, ut quae gravida vehementius concupiverit, vel etiam timuerit, exhorrueritve, illorum signa et imagines apertissime in foetu cosnpiciantur; sic plane fieri potest, ut mulier alba venerem exercens sub albo viro, magna sui verecundia ab aethiope procul irritante visa, foetum nigerrimum de candido coniuge sustulerit" (p. 80), mentre la sezione Memoria riprende da Mnemonica Ciceronis di Peter Villumsen Laurenberg letto nelle Ephemerides Germanorum, la seguente definizione: "Mnemonica non minuta ars est, quam logica, aut medicina" (p. 83). La degenerazione dell'amore in delirio e melancolia, in Amans insaniens, riprende da Daniel Wincler, in Ephemerides Germanorum, i versi di Virgilio: "Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis?" (Eneide 4 412). La sezione dedicata al monstrum raccoglie testimonianze da Ulisse Aldrovandi, Ambroise Paré, Isidoro di Siviglia, Agostino, Cornelio Gemma (pp. 79; 105), ma anche dall'erudito spagnolo Pedro Mexia (1496-1556), autore di Los dialogos o Coloquios (1548) composti sul calco dei Colloquia di Erasmo. Quest'ultimo soprattutto, in quanto autore di una Selva più volte tradotta in italiano, e consultata nella edizione curata dall'umanista Alfonso Ulloa, pubblicata nel 1658, e ampliata di una 'seconda selva' ad opera di Mambrin Roseo, Francesco Sansovino, Bartolomeo Dionigi da Fano e Girolamo Brusoni. L'opera conteneva "istorie memorabili, antiche e moderne, varie curiosità singolari sacre, e profane utili, e dilettevoli ad ogni qualità di persone. Con le vite de gl'ultimi imperadori ottomani sino al regnante Ecmet; una relazione del serraglio del Gran Turco, et alcune curiosità di quell'imperio. Con due tavole, una de' capitoli, et l'altra delle cose notabili". Gimma vi attinge a piene mani cavandone varie notizie e suggestioni per ulteriori approfondimenti, come nel caso degli auttori che trattano di nobiltà e autori della loro stessa famiglia (pp. 105-109).
È tuttavia nell'Ortus medicinae dell'antiaristotelico e antigalenico Van Helmont, che Gimma ritrova l'approccio alla medicina a sé più congeniale. L'opera affronta non solo questioni di medicina, ma anche di filosofia, astrologia, diagnostica, teologia: i vari e ramificati aspetti della disciplina. Critica Aristotele che proclivis in axiomata "ab artificialibus, traduxit suas experientias, in naturam" (p. 99) e dà spazio al racconto biblico: "Che magnavano gli animali carnivori dentro l'Arca?" (p. 99). Trascrive la tesi secondo la quale "prima philosophia, Agricultura fuit" (p. 100) e "pedissequa ergo agriculturae sic surrexit astrologia" (p. 100). Valorizza Ippocrate che per primo "suas observationes in calamum deposuit, in quo labore divinam, quam non noverat, opem sensit" (p. 100). Ma Van Helmont fornisce a Gimma anche utili indicazioni sugli authoris studia (pp. 100-103), sulla logica inutilis, sull'utilità del fumo del tabacco ("Utilem esse tabagi fumuum, minimeque noxium ostendit Jacobus Primerosius": p. 103). Gimma registra le riszerve di Nicolas Nancel e di Jean Riolan che fanno derivare l'incertezza della medicina, e in ispecie dell'anatomia, dallo scarto incolmabile tra il corpo vivente e il cadavere sul quale vengono condotte le osservazioni ("L'anatomia è incerta, benché si siano fatte tante osservazioni"; "Neque quicquam est stultius, quam quale quicquam vivo homine est, tales esse existimare moriente, imo iam mortuo": p. 128). Ma conosce anche le nuove scoperte anatomiche di cui fa menzione Il corriero straordinario spedito da Parnaso, pubblicato a Bologna nel 1676 dell'erudito Giovanni Giacomo Lavagna. Come Van Helmont, anche Lavagna si caratterizza per la radicalità della critica rivolta ai galenisti (gli antichi), a favore dei quali si era schierato Carlo Celano, e agli spagirici (i moderni), tra i quali Gaetano Tremigliozzi e, successivamente, Leonardo Di Capua. Della polemica che, a fine Seicento, aveva coinvolto a Napoli i due fronti, Lavagna dà un breve resoconto che, a sua volta, Gimma riprende nella sua prima opera a stampa, il Judicium Martinianum [28].
Se retorica/linguistica da una parte e astrologia/medicina dall'altra possono essere considerati i due nuclei tematici più importanti, Sylva I presenta altro materiale che testimonia l'ampiezza degli interessi di Gimma, dando informazioni preziose sulle letture che i 'letterati' italiani, e in specie veneti andavano facendo. Egli è infatti un collaboratore della Galleria di Minerva ed intrattiene rapporti non solo con Vallisneri, ma anche con editori, ad esempio Albrizzi, e mercanti dei quali si serve come corrieri per richiedere e avere a Bari le ultime novità librarie [29].
Significativa, per cominciare è la presenza in Sylva I del Somniale Danielis (pp. 141-149). È lo stesso Gimma a precisare che, sotto il titolo "Sunt haec sequentia omnia vana" ci sono i "Danielis Prophetae Somnia", celebre testo medievale di interpretazione dei sogni che aveva conosciuto una notevole diffusione manoscritta e che rielabora il Libro dei sogni di Artemidoro. Laurence T. Martin, lo studioso del Somniale che ne ha anche studiato la diffusione, ha recensito settantatré esemplari. Di questi, quattro sono conservati presso le biblioteche Marciana di Venezia, Capitolare di Vercelli, Ambrosiana di Milano, Laurenziana di Firenze, quattro presso la Biblioteca Apostolica Vaticana [30]. Ogni esemplare costituisce un unicum, pur avendo in comune con tutti gli altri la struttura formale: suddivisione dei sogni in ordine alfabetico; disposizione a fianco al sogno della sua interpretazione. Vario è invece il numero dei sogni e delle loro, corrispettive, interpretazioni. Un confronto - non sistematico - dell'esemplare contenuto in Silva I con quelli collazionati da Martin (British Museum di Londra e Ambrosiana di Milano), nonché con quelli conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (Ms. Pal. Lat. 1880) ha mostrato che il sogno contenuto alla p. 150 di Sylva I è lo stesso che troviamo alla c. 270v dell'esemplare della Biblioteca Apostolica Vaticana (Ms. Pal. Lat. 1880): "Yonias plenas de terra videre/consolationem". Quanto al resto, gli "Aves super se videre volare/significat nocumentum" con i quali si apre la lettera A di Sylva I non ha corrispettivi. L'esemplare dell'Ambrosiana (Ms. T. 81. sup.) ha: " Aves in somnis qui viderit et cum ipsis pugnaverit: litem aliquam significat" e quello del British Museum (Ms. Add. 15236), "Aves in somnis qui contra se pugnare viderit: iracundiam significat". La lettera Z del Somniale di Sylva I recita: "Zipollas comedere, vel videre/ Timorem oculorum"; in Ambrosiana: "Zona aurea cingere: invidiam significat", in British Museum: "Zona aurea accingere: lucrum significat".
Il ritrovamento di un esemplare del Somniale ignorato finora, e che si deve ormai aggiungere a quelli recensiti da Martin, è un indicatore importante non solo, com'è evidente, della diffusione di questo testo medievale alla fine del Seicento, ma anche dell'importanza degli inediti di Giacinto Gimma: la ricchezza e la varietà dei materiali che contengono ne fanno un documento unico e imprescindibile per la conoscenza dei movimenti delle idee che attraversano l'Europa di fine Seicento [31]. Non è il solo manoscritto presente in Sylva I che contiene anche, alla p. 133, "Copia di lettera scritta dal Gran Turco alla Serenissima Republica di Venezia nell'anno 1639" il cui originale è stato possibile ritrovare nella Cronica di Scipione Cardassi conservata presso la Biblioteca Nazionale di Bari (Ms. I 67, p. 6 r). E non è forse inutile ricordare il ritrovamento, in Sylva III ,di un esemplare ignorato e non recensito dell'Istoria filosofica di Giuseppe Valletta, nonché l'identificazione del prefatore dell'Antispinoza di Wittichius e l'indicazione di un altro importante testo manoscritto, quello di More [32].
Non meno interessante appare la sezione dal titolo Maledizioni date agli Ebrei, crocefissori di Cristo (pp. 97-99). Gimma, com'è sua abitudine, dà tutti gli elementi identificativi dell'autore e del testo dal quale cita. Precisa che l'autore è un ebreo convertito di nome Francesco Polizio, fisico e chirurgo che avrebbe dato incarico ad un cristiano, Messere Antonelli di Venanzio, di pubblicare, dopo la sua morte, il testo delle dodici maledizioni alle dodici tribù di Israele. Un cardinale della Marca di Montecasino avrebbe poi in effetti eseguito questa disposizione, dando alle stampe, nel 1636, il testo delle Maledizioni . Nonostante le ricerche condotte in più direzioni, non è stato possibile trovare la fonte di Gimma. Non risulta che, nel 1636, un qualche autore abbia pubblicato un libro che avesse per oggetto maledizioni o flagelli diretti contro Ebrei. Né più fruttuosa si è rivelata la ricerca condotta in libri di cronaca erudita, magari citati poco prima o poco dopo dal medesimo Gimma e su argomenti abbastanza prossimi, come ad esempio il Delle stuore overo trattenimenti eruditi di Giovanni Stefano Menochio, pubblicato nel 1675 [33], oppure La selva di varia lettione di Pedro Mexia [34]. Il testo di Sylva I ha una particolare carica di violenza antiebraica. Tutt'e dodici le tribù di Israele sono maledette per il comune crimine contro Dio e solo i convertiti potranno esserne liberati: "Di tutte le Tribu, qualunque Giudeo, che si faccia Cristiano, resta libero dalle suddette meledizioni. Io devo render grazie a N. S. Giesù Cristo, il quale prego, che illumini tutti i Giudei a venire alla Santa Fede. Francesco Polizio. Queste maledizioni le patiscono quelle sole famiglie, {le qual} di qualsivoglia Tribu delle notate, le quali offesero Giesù Cristo N. S." (p. 99).
Importanti appaiono anche le riflessioni dedicate alla storia. L'ottica dalla quale Gimma si pone è quella della storia delle città ricostruita attraverso le grandi opere di erudizione. Sylva I indica qual è il 'modo di tessere Istoria di città': "Si devono raccogliere nomi patria de' vescovi, anno dell'elezzione loro, loro azzioni notabili per utile della città, fabriche fatte da essi; sinodi, e loro morte, ed altre cose notabili, che ad esse appartengono secondo l'ordine cronologico. Se si sono fabricate nuove chiese, monasteri, ed altri edifici della città, o rifatti. Se si è celebrata festa riguardevole o sacra, o profana. Se vi sono state sollevazioni, ed in qual modo succedute. Se travagliata la città da peste, carestia, incendii, guerre tremuoti e qual danno abbia ricevuto. Se vi siano succeduti miracoli, o prodigii, o morte di persone notabili, o fabricato sepolcri. Se siano state ritrovate, o portate reliquie de' santi. Se vi sia stato mandato dal papa, giubileo, o altra indulgenza. Se siano passati per la città principi, o altre persone. Se siano fatti matrimonii singolari, e coll'occasione di essi sia avvenuta qualche cosa. Si notino tutti i padroni della città secondo l'ordine cronologico la loro morte, ed esequie. Se abbia fiorito predicator celebre di detta città, o altro letterato, e se abbia dato a luce qualche libro. Se qualche nobile della città abbia ottenuto feudi, o abiti militari. Se qualche cittadino sia stato fatto vescovo di qualche luogo, o abbia ottenuto qualche dignità, o ufficio. Se qualche persona sia morta con fama di santità. Se nella città sia stata fatta nuova forma di governo. Se nella nobiltà sia stata aggregata qualche famiglia. Se vi siano succeduti tremuoti. Se si siano fatti funerali notabili per morte di papa, o di altra persona. Se si siano istituite accademie, o studii pubblici. Se sia stata predata da turchi, o da altre genti" (p. 233). Se si vuole scrivere una storia di città, ribadisce Gimma più avanti (p. 237), "si devono ricercare tutte quelle notizie, che sono bastevoli ad impinguarla" pensando a dei supplementi in cui inserire "le notizie dall'anno, in cui terminò l'autore". Una storia che deve comprendere, in ordine cronologico, nomi, e patria di tutti i vescovi, anno della loro elezione e quello che hanno fatto di utile per la città: "Se han fatto sinodi, loro morte, ed altre cose notabili, che ad essi appartengono secondo l'ordine cronologico. Se si sono fabricate chiese nuove, monasteri, o altri edifici nella città, o si sono rifatte. Se si è celebrata festa riguardevole, o sacra, o profana". Della città si deve anche raccontare se ha conosciuto "sollevazioni, ed in qual maniera sono succedute"; se è stata "travagliata da peste, guerra, o fame, o incendii; e che danno n'abbia ricevuto. Se tremuoti. Se vi siano succeduti miracoli, o prodigi, o morte di persone notabili, e se si sia fabbricato sepolcro di riguardo. E se sieno state ritrovate, o portatevi reliquie de' santi. Se vi sia stato mandato dal pontefice Giubileo, o indulgenza. Se siano passati per la città principi, vicerè, o altre persone. Se si siano fatti matrimoni singolari, e coll'occasione di essi sia avvenuta qualche cosa. Essendo città baronale, il Catalogo de' baroni coll'anno della morte di ciascheduno. Se abbia fiorito qualche predicatore o altro letterato, e se alcuno abbia dato a luce qualche libro. Se qualche nobile della città abbia avuto Feudi, o abiti cavallereschi. Se qualche cittadina abbia avuto vescovado, o altra dignità. Se alcuno sia morto con fama di santità. Se gli uficiali della città abbiano avuto nuova forma di governo. Se si siano fatto funerali notabili per morte di pontefici, o re. Se si siano instituite Accademie, o studii. Se sia stata predata da Turchi". La bibliografia utilizzata è costituita dalle Lettere ecclesiastiche di Pompeo Sarnelli; mentre, per le sezioni sull'Origine de' Banchi della città di Napoli e sulle citationi di autori che sono notati nell'origine de' Banchi (tra gli altri Aemilius Papinianus, Ulpiano) dal De fide libri rationum argentariorum, banqueriorum, et mercatorum nostri temporis di Giacomo Menochio, dal De verborum quae ad jus pertinent significatione di Barnabé Brisson, dall'Opera quae haberi possunt omnia, collata, et in duos tomos distributa di Jean De Coras o dal Tractatus de mercatura, seu mercatore di Benvenuto Stracca o dal De origine omnium tribunalium di Nicolò Toppi. Dal gesuita Giacomo Filippo Foresti è ripresa la lista dei nomi dei principi e dei papi che hanno ottenuto l'appellativo magnus, così come l'elenco delle persecuzioni della Chiesa, quella degli auctores iatro mathematci (pp. 234-235) tra gli altri i Conimbricensi, Nicolas Caussin, Gerardo Columba. La sezione dedicata all'Arme e a Degli elmi nell'Armi (pp. 231-233) è una rassegna araldica di stemmi dalle Memorie historiche di Biagio Aldimari, quella intitolata Fabulae inventio e Fabulae unde dicatur riprende le definizioni di Isidoro di Siviglia e dalle Novissime historiarum omnium repercussiones del medesimo Foresti, Giacomo Filippo: "Fabula autem secundum Isidorum a fando dicitur, quod non sint res factae, sed fictae loquendo" (p. 236). Alle pp. 212-213 la storia delle lotte tra Guelfi e Ghibellini è vista dall'ottica dei Compendi istorici del bolognese Alfonso Loschi.
Autori e opere che, canche in questo caso, sono da considerare indicatori preziosi: rendono visibile che per Gimma la storia è quella delle città, dei regni, dei viaggi, delle pitture, di curiose favole e documentate notizie. Dalla prospettiva di Gimma, che è quella dei Compendi historici di Loschi, ad esempio, i Guelfi e i Ghibellini "ebbero tal'origine. Nel 1139 Ruggiero Re di Sicilia, o duca di Calabria" temendo di perdere i feudi in Puglia e in Sicilia ricevuti dal papa Celestino II "mandò in Germania, a concitare per mezo de' suoi Ambasciatori, Guelfo Duca di Baviera contro l'Imperatore" (p. 212). Della storia dei grandi eventi Gimma ricerca le origini nelle città: la Guerra delle due Rose ebbe origine dalle due insegne delle case "di Lincastro [...], e quella di Yorc. L'inventore fu Riccardo Plantagineta Duca di Yorc"; "Nel 1672 sorse nella Città di Messina la formidabile fazzione de' Merli, e de' Malvizzi, quelli per la patria, e questi per il Padrone re di Spagna dismostrandosi appassionati" (p. 213). La sezione seta, a partire dalla Historia della città e del regno di Napoli di Summonte, ricostruisce le tappe della produzione e del commercio della seta (pp. 197-198). Del giurista Giovanni Antonio Summonte che, in chiave antinobiliare aveva scritto la sua Historia subendo per questo persecuzioni e finanche il carcere, Gimma utilizza anche le pagine dedicate ad episodi relativi al Regno delle due Sicilie (p. 112). Alle tematiche legate ai costumi delle differenti nazioni è dedicata una sezione - nationum mores - dove la fonte è costituita dai sette libri delle Poetices di Giulio Cesare Scaligero (p. 127): "Gentium, ac populorum ingenia tum ex historiis, tum ex proverbiis, atque ex ore vulgi excipienda censeo [...]. Asianorum luxus, Africanorum perfidia, Europaeorum (hoc enim volo mihi dari) acritas" (p. 127). La sezione contiene, tra l'altro, l'ultimo dei tre riferimenti a Descartes presenti in Sylva I: "Gassendo nel male di Apoplesia morì per l'aperture fatteli della vena. Cartesio per non aversi voluto cavar sangue nella Pleuritide" (p. 128).
Le Eresie costituiscono un'altra importante sezione per la quale Gimma utilizza il Mappamondo istorico del gesuita Antonio Foresti pubblicato a Venezia nel 1696-1697 da quel Girolamo Albrizzi con il quale Gimma avrà rapporti difficili [35]. Tra le eresie un posto di rilievo è assegnato al giansenismo, definito l'ultimo movimento ereticale che ha investitio la Chiesa in età moderna (Cfr. Eresie, pp. 213-226). In particolare, i giansenisti vengono messi a fianco dei Rosacroce: "Confratelli della Fraternità della Croce della Rosa in Germania, erano huomini totalmente dati alla libidine, ed al ventre, e luterani. Invisibili incogniti, sono i medesimi confratelli [...]. Giansenisti seguivano cinque proposizioni ereticali cavate dal libro di Cornelio Giansenio cattolico, e vescovo d'Ipri" (p. 225). E una sezione è intitolata: Proposizioni de' giansenisti dannate. Dal Mappamondo Gimma ricava anche altre informazioni: la data della scoperta dell'America, l'identificazione del nuovo continente con la platonica Atlantide e, per finire, la sorte dei cristiani martirizzati.
Giova ricordare che, due sono le prospettive che Gimma segue nella ricostruzione storica dei movimenti ereticali: Foresti in Sylva I e Valletta in Sylva III. Comuni ai due autori i testi di riferimento, a cominciare da Cesare Baronio. Diverse, al contrario, le loro prospettiva, giacché dal punto di vista dell'Istoria filosofica di Valletta era importante mostrare come l'eresia si annidasse all'interno delle filosofie aristoteliche contrapposte a quelle che vantavano origini pie e platoniche, mentre da quello del gesuita Foresti era prevalente l'esigenza di condannare il giansenismo [36].
La storia copre il dominio del vero, e in questo si differenzia dalla poesia che raggiunge il verisimile; per costruire la storia è necessario seguire il filo rosso del vero che nel tempo è stato variamente coperto dal favoloso; si deve perciò cominciare dalle realtà più piccole, le città, operando una ricostruzione di grandi eventi della loro storia attraverso quelle minute informazioni che dei grandi eventi forniscono le spiegazioni. In questo modo, la storia delle città illuminerà la storia più generale delle nazioni [37].
Materiale bibliografico quello raccolto in Sylva I, e poi sviluppato e utilizzato nelle opere a stampa e nell' Encyclopaedia, che si ordina intorno a grandi questioni, ma anche intorno a minute curiositas. Ben tre sezioni presentano elenchi, di autori e di opere, ricavati dalla Critica sacra di Théophile Raynaud: la prima (P. Theophilus Raynaldus Soc. Jes.: p. 187-189) contiene un elenco di libri buoni e cattivi; la seconda un De libris suppositis: "Suppositiones librorum aliae sunt totales, aliae partiales. Totales sunt multiplicis generis. Integrum opus aliquando supponitur certo alteri autori ab ipsomet autore, aliquando similis fit a tertio, per hallucinationem et oscitantiam, et aliquando per nequitiam, et malignitatem. Aliquando non fit a tertio, sed a falso autore, supponente sibi librum alienum per plagium, quod est duplex, nam interdum adhibetur interpolatio aliqua, ita ut plagium sit pallatium; alis absque ullo artificio admittitur plagium manifestum" (pp. 189-195), la terza le Theologiae divisiones in tre parti, speculativa, pratica, mistica (pp. 195-196). Ma liste di poeti o di edizioni sono presenti nelle sezioni intitolate Censura, et judicium Julii Caesaris Scaligeri de nobilioribus poetis ricavate dai Poetices libri septem di Giulio Cesare Scaligero (pp. 122-128); Poeti laureati ricavate da La grillaia di Scipione Glareano (pp. 246-247) e Sannazaro ricavate da Vita di Giacopo Sannazzaro di Giovan Battista Crispo (p. 239).
Al fondo, a tenere insieme questa enorme massa di notizie, un metodo della ricerca [38] - poi reso esplicito nelle opere a stampa - e un'idea della scienza che molto è debitrice alla filosofia di Gassendi. All'edificazione di questa filosofia, e al modello di corpuscolarismo che aveva veicolato nel mondo cattolico, aprendolo anche alle esperienze della Royal Society e dell'Accademia dei Curiosi della Natura, Gimma crede di contribuire per quello che è di sua competenza. La sua sperimentazione e le sue verifiche egli svolge da storico e da erudito, non da filosofo. Persegue l'idea forte di costruire una libraria che contenga tutto il sapere, una enciclopedia intesa non come serbatoio di informazioni, ma come strumento capace di produrre conoscenza. Da gassendista e filosofo corpuscolare, ossia sottoponendo a verifica, 'sperimentando', Gimma distingue favola e storia, favola e scienza. La sua erudizione non contrasta con scelte filosofiche di fondo e il paziente lavoro di scavo è diretto a recuperare, eventualmente, ciò che di 'scientifico', spesso di nuovo, si nasconde dietro e dentro le filosofie favolose, spesso anche filosofie veteres. Non si tratta di proporre equiparazioni, a suo giudizio improponibili, tra vecchio e nuovo. L'epurazione che l'abate propone non mira ad appiattire le conquiste della nuova scienza sulle vecchie filosofie. Il nuovo è stato possibile in un cammino progressivo in cui la ricerca ha assunto nuove forme di collaborazione e divulgazione principalmente attraverso l'istituzione di accademie scientifiche, dalla Regiae Societatis Angliae, le cui fondamenta sono state poste da Bacone, alla Naturae Curiosorum Academia Sacri Romani Imperii, ai Trasformati e Spioni di Lecce, Infiammati di Bitonto all'accademia di "erudizione, e di mangiare" della quale "Abbas Raymundus in suis epistolis facit mentionem cuiusdam Academiae erectae in quodam loco, qui dicebatur Empoli, in qua simul pascebatur animus, et reficiebatur corpus, hoc epulis, ille eruditionibus". Un elenco che comprende anche i Pigri e Incogniti di Bari e, naturalmente, i Lincei che Cesi avrebbe desiderato riproporre in tutto il mondo: "Princeps Cesi, qui simul intendit fundare talia Collegia Philosophica in omnibus orbis regionibus, praecipue in Africa, et America, ut illorum auxilio addisci possint quavis notandae productiones Naturae in istis Regionibus obviae". Un elenco di Academiae Scientificae che nell'Index sono significativamente definite, così come le Ephemerides, recentiores.
Le trascrizioni sono ordinate da titoletti che, come altrettanti pro-memoria, le classificano per argomenti o sezioni: Difficilia è una lunga trascrizione del passo dove Kircher stabilisce che il principale, tra i quattro problemi filosofici definiti inextricabiles, è la quadratura del cerchio è (p. 80). Urnae gentilium romanorum definisce, dopo avere stabilito che il rogo e la cremazione sono del tutto diversi, i tres ordines da osservare per la cremazione: "primus erat cupressorum, vel aliorum lignorum odoriferorum, quae ustrinam circumdabant, et incendebantur ed tollendum foetorem cadaveris, quod cremabatur. Secundus erat rogi, qui forma sequente quadrata, ex vario lignorum genere, addita pice, connexus, erectusque, et a cadavere ipso nonnihil distans, incendebatur. Tertius erat cadaveris, quod vi, et aestu flammae circumlambentis haud difficulter in cineres resolvebatur" (p. 86): excerpta tratte dalle osservazioni di Christian Adolf Balduin nelle Ephemerides Germanorum. Le Diversità de' secoli dalla nascita di Cristo considerati (pp. 104) sono tratte dal Quaresimale di Giuglaris, mentre la voce Impresa comprende le annotazioni sulle api dalle Naturales quaestiones di Plinio (p. 105). Vi è poi, nella sezione intitolata Cronologia de' Gran Maestri del Sacro Spedale di san Giovanni Gierosolimitano (pp. 139-141), l'elenco dei Gran Maestri dell'ordine e, alla sezione Spese di stampa solite in Napoli (pp. 186-187), annotazioni sui costi del 'garamone', del 'canoncino', della "logoratura di caratteri", dell'inchiostro e della tiratura. In particolare vengono precisati quanti carlini siano stati spesi per la stampa degli Ozi estivi di Fanelli.
Le Sylvae costituiscono realmente un'enorme bibliografia ragionata che arricchisce, e complica, la conoscenza del mondo intellettuale di fine Seicento in Terra di Bari, una delle provincie estreme del Regno di Napoli. Le Sylvae contengono il materiale grezzo, ammassato prima della rielaborazione nelle opere a stampa. Significativamente, presentano autori e opere di vario orientamento messi gli uni di fianco agli altri: cattolici e laici, riformati ed eretici, antichi e moderni. Gimma legge e annota di tutto. La sua attenzione si volge soprattutto ai Compendii di riviste scientifiche dai quali trae informazioni sulle ultime scoperte. I suoi testi e i suoi autori non presentano le scansioni che noi oggi utilizziamo per leggerli: Delrío non è solo l'autore delle Disquisitiones. Di lui Gimma legge soprattutto i Commentarii a Seneca pubblicati nel 1676 [39]: le trascrizioni sono raccolte sotto la voce Seneca (pp. 198-202), nella quale trascrive i passi dedicati ai due Seneca ("His accedit Martialis sententia, qui duos Senecas agnoscit": p. 198) e ai tragediografi. Da questi stessi Commentarii ricava le osservazioni sulla luce della luna ("Lunam dictam volunt, quod luce luceat aliena "unde ait Catullus in saeculari carmine: ... notho est dicta lumina luna". Epicurus autem, teste Laertio, dixit fieri posse, "ut luna a seipsa, et a sole lumen habeat. Chaldei vero Lunam proprii, et perpetui luminis compotes esse voluerunt", ut ait Apuleius de Deo Socratis" (p. 201), sulla scienza numerandi ("Inter omnes liberales artes, et scientias contemplatrices, praecipuam, maximeque divinam esse scientiam numerandi": p. 201), sulla matematica ("Inter eas disciplinas (quae mathemata Graeci vocant) duae, Arithmetica, et Geometria praecipuum tibi vindicant locum, quod ad caeteras assequendas viam sternunt": p. 201); sull'età migliore per procreare ("Qui a iuvenibus procreantur, non aeque robusti, aut perfaecti esse solent, ac illi, qui gignuntur a viris, auctore Aristotele lib. 7, Polit. ca. 16, quare plerique viros matrimonium ante trigesimum aetatis annum contraherenoluerunt. Arist. 1. ca. Plato lib. 6, de Rep. Solon apud Philonem lib. 1, de Mundi opific.": p. 202). Delrío è per Gimma una miniera di informazioni, ben al di là di quelle relative alla magia. Se una tipologia principale di letture dell'abate può essere indicata, essa è costituita da cataloghi ed opere erudite, quali il Catalogus gloriae mundi di Barthélemy Chasseneux, il De divina providentia di Giovanni Antonio Viperani, il Chronicon omninodae historiae di Lucio Flavio Destro. Dal Chronicon di Destro, ad esempio, Gimma annota i passi relativi alla conversione e al martirio di Plinio e di altri pagani anch'essi convertiti al cristianesimo e martirizzati. Punto di partenza è tuttavia la storia del nome dell'isola di San Secondo, originariamente chiamata isola di Sant'Erasmo: "Flavio Destro nella sua Cronica, ed il Vescovo Esquilino nel [...] Catalogo de' Santi, tratto dagli Atti di zena, discepolo di San paolo, riportano cose, che fanno credere poter essere stato questo Santo martire Plinio il giovane, il di cui nome fu C. Cecilio Secondo, come il vecchio Plinio fratelle di sua madre si chiamò C. Secondo" (p. 202). Da Della historia d'Italia (1676) di Brusoni Gimma trascrive l'importante annotazione relativa alla conservazione della lingua, dedicandole una sezione dal titolo: Isola di Pines: Pines "gl'impose [ai figli], che non avessero mutato la loro lingua, anche se fossero venuti stranieri ad introdurvi altra" (p. 204). Da questa annotazione comincia un percorso di lettura attraverso fonti classiche - Valerio Massimo, Cicerone, Plutarco, Svetonio - che documentano come "i Romani costringeano i popoli soggetti a parlare nella lingua loro". Dalle Relazioni universali del mondo di Luca di Linda, l'elenco delle repubbliche; da Pedro Mexia osservazioni su Come si sieno abbreviate in diversi tempi, sin dal principio del mondo le vite de gli huomini, et che termini, et limiti sono stati questi, et che ragion naturale può darsi di questo, raccontandosi historie, et essempi di alcuni huomini che sono vissuti longo tempo, et passarono i termini ordinari; dal Dictionnaire di Moreri e dal De ortu, et progressu Chimiae di Olaus Borrichius, notizie sulla bombarda; dalla Mythologia, sive explicationis fabularum di Natale Conti, notizie sull'integrità dei corpi dopo la morte. Da Tommaso Scoto, Antonio Damiani, Pandolfo Collenuccio, Nicolò Doglioni, Giovanni Battista Pacichelli, André Du Saussay, Giovanni Stefano Menochio, Riccardo Caracciolo, nella sezione Pitture di San Luca, le classificazioni di devozioni superstiziose e attribuzioni di dipinti a San Luca in diverse città italiane: Venezia, Rovereto, Posillipo, Napoli, Crotone. Da Pacicchelli, Summonte e Sarnelli sono ricopiati passi raccolti nella sezione: Miracoli perpetui della fede cristiana, tra i quali la liquefazione del sangue di San Giovanni Battista e di Santo Stefano a Napoli. Da il Mappamondo istorico di Foresti, notizie sulla prodigiosa memoria di Giacomo Mazzoni (Orazione [...] per la morte di M. Iacopo Mazzoni di Segni) o sull'espugnazione di Bari da parte dell'imperatore Ludovico II, sull'arroganza di Alfonso X re di Spagna promotore delle tavole 'alfonsine', e sugli altri re di Spagna, su Cristoforo Colombo, su Amerigo Vespucci.
Anche tra gli eruditi, le scelte di Gimma sono ampie: cattolici ed eretici, gesuiti e repubblicani sono messi insieme a formare la 'trama del testo' gimmiano. Di tutti, è parso opportuno dare, alla fine del volume (vedi infra, Fonti di Sylva I, pp. 283-306), un elenco completo per contribuire alla conoscenza non solo delle vicende intellettuali dell'abate Giacinto Gimma approdato in una città dove non vi erano 'letterati', ma di tutta una generazione di filosofi e scienziati (i 'letterati') attraverso i libri che hanno effettivamente letto e discusso.
Prima di licenziare questo volume, un ringraziamento, per la loro collaborazione, ai dottori Igor Agostini, Sara Centili, Antonella Del Prete, Sonia Gentili, Rita Ramberti. Preziosi sono stati i loro apporti nelle faticose ricerche presso i fondi antichi delle biblioteche universitarie di Bologna, Cesena, Napoli, Roma e Parigi.Un ringraziamento anche alla dottoressa Mara Virno della Biblioteca Nazionale di Bari che ha soccorso i curatori nella spesso difficile lettura e interpretazione del testo gimmiano. Un particolare debito, infine, i curatori hanno contratto con la dottoressa Luigia Grasso, alla quale si deve la prima trascrizione dal ms. di Sylva I, poi rivista, corretta e collazionata con le fonti dai curatori.

Lecce, 22 agosto 2000

Giulia Belgioioso

 

1 - Le Sylvae rerum notabilium ab autorum operibus tum latinis, tum italicis excerptarum, 5 tt., Ms. I 50-54 (olim 50-54) - d'ora in avanti Sylva seguito, per il vol., dal numero romano - e l'Encyclopaedia sive novus doctrinarum orbis in quo scientiae omnes tam divinae quam humanae, nec non et artes tum liberales tum mechanicae iuxta veterum, et recentiorum inventa. Libri VII pertractantur, 4 tt., Ms. I 113-116 (olim 230-233), sono manoscritti di Giacinto Gimma custoditi presso la Biblioteca Nazionale "Sagarriga Visconti Volpi" di Bari: cfr. G. BELGIOIOSO, Premessa a G. GIMMA, Sylva rerum notabilium ab ab autorum operibus tum latinis, tum italicis excerptarum tomus III, a cura di M. Occhinegro, apparato critico e fonti di G. Belgioioso, pp. 1-12 e Indici delle Sylvae I-V in G. BELGIOIOSO, Note per l'edizione dei testi manoscritti di Giacinto Gimma, in Cultura a Napoli e cartesianesimo. Scritti su G. Gimma, P. M. Doria, C. Cominale, Galatina, Congedo, 1992, pp. 51-165; ma cfr. anche G. ULIVIERI, Giacinto Gimma, in I nomi antichi. Profili bibliografici pugliesi, pp. 28-36 e I manoscritti di Giacinto Gimma custoditi presso la Biblioteca Nazionale "Sagarriga Visconti Volpi" di Bari. Descrizione, consistenza, provenienza in Appendice (pp. 275-282) al presente volume.
2 - Si è scelto di pubblicarlo alla fine del presente vol. (p. 273) per due ordini di ragioni: il contenuto; la numerazione che non è di Gimma, ma del bibliotecario.
3 - In nota si sono dati solo i rinvii presenti nelle glosse.
4 - Su questo cfr. G. BELGIOIOSO, Premessa…, cit., p. 2. Segnalo che in quella occasione per errore fu citata la p. 149 per la p. 189.
5 - La Nova Encyclopaedia (cit., vol. II, parte III, cap. VI) svilupperà queste tematiche: cfr. C. VASOLI, L'abate Gimma e la Nova Encyclopaedia" (cabalismo, lullismo, magia e "nuova scienza" in un testo della fine del Seicento), in Studi in onore di Antonio Corsano, Manduria, Lacaita, 1970, pp. 787-846. Ma cfr. anche la Lettera del Dottore Signor Giacinto Gimma Canonico della Chiesa Metropolitana di Bari, Avvocato Straordinario della Fedelissima Città di Napoli, Promotore della Società Rossanese, etc. in cui gli comunica la sua opinione intorno la vanità della metoposcopia, della chiromanzia tanto astrologiche, quanto fisiche, e di tutte le altre dottrine divinatorie anche naturali col mezo della Notomia, contro la commune sentenza de' Professori di esse, diretta a Vallisneri e pubblicata nel 1707 in "Galleria di Minerva" (t. V, Venezia, Girolamo Albrizzi, 1707, parte XII, pp. 311-317), in cui l'abate esprimerà la sua convinta condanna delle arti magiche.
6 - Rispettivamente, nella numerazione di Gimma: pp. 19-110 (le pp. 19-92 sono dedicate a Demetrio Falereo; le pp 101-103 contengono una definizione del Poeta secondo Aristide e Gaddi; le pp. 107-110 sono su Tasso); pp. 216-218 sulla R Sbandita; pp. 251-252 su Della Casa; pp. 262-274: sulla polemica fra i sostenitori di Ariosto e i partigiani di Tasso; pp. 277-278 su Orazio; pp. 287-302 sulla definizione e il successivo elenco di Scaligero dei poeti e degli umanisti; pp. 309-315 ancora su Della Casa e su Pietro Bembo; pp. 424-440 sui Labirinti metametrici; pp. 485-492 su Delrío; pp. 587-595 su Sannazzaro e Redi; pp. 611-617 sui poeti laureati; pp. 620 sul Pastor costante.
7 - Per esempio, Gimma trascrive dalle Consultationes de Scholarum et studiorum ratione, deque prudentiae et Eloquentiae parandae modis (1636) di Gaspare Scioppio (p. 132) il giudizio negativo sul lessico del Calepino curato da Jean Passerat: "Ambrosii Calepini Lexicon quovis superiorum est deterius, etiam illud, cui avaritia Typographi nomen Io. Passeratii cum maxima Doctissimi viri iniuria praescribere nihil dubitavit".
8 - Pier Vettori (1499-1585) repubblicano, umanista, allievo del ficiniano Francesco de' Vieri detto il Verino, nel 1538 (fino al 1583) fu nominato da Cosimo de' Medici lettore di greco e latino nello studio di Firenze. Curò tra l'altro due commenti alla retorica e alla poetica di Aristotele: Commentarii in tres libros Aristotelis de arte dicendi (1548); Commentarii in primum librum Aristotelis e arte poetarum (1560). Curò l'edizione di tutte le opere latine in prosa e in versi di Della Casa..
9 - Queste pagine confluiranno (tradotte in latino) nel quarto tomo della Nova Encyclopaedia: De poetarum furto, pars quarta, cap 5, in glossa: "Vedi la Selva, fogl. 17".
10 - Sul gesuita Daniello Bartoli (1608-1685) cfr. l'Introduzione di E. RAIMONDI, in D. BARTOLI, Scritti, a cura di E. Raimondi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960; A. DI GRADO, , Il gesuita e la morte : congetture su Daniello Bartoli, Catania, C.U.E.C.M., 1992.
11 - Cfr. DIOGENE LAERZIO, Vite dei filosofi, V 80-81.
12 - Su Demetrio Falereo, Gimma consulta anche il De scriptoribus non ecclesiasticis, graecis, latinis, italicis, primorum gravum in quinque theatris, scilicet philosophica, poetico, historico, oratorio, critico dell'accademico svogliato Giacomo Gaddi pubblicato a Firenze nel 1648: cfr. infra, pp. 19-20.
13 - Gimma trascrive anche del poeta satirico Nicolò Villani (1590-1636) che con lo pseudonimo di Fagiano aveva pubblicato nel 1631 delle Considerazioni […] sopra la seconda parte dell'Occhiale del Cavaliere Stigliano, contro allo Adone del Cavalier Marino; e sopra la seconda difesa di Girolamo Aleandro. L'opera era una requisitoria contro i petrarchisti Bembo e Della Casa, al quale tuttavia riconosceva una grande perizia stilistica e formale: "Conchiudo, che queste compositioni [di Della Casa] per cagione del concetto assestato, delle forme non vili, delle parole scelte, del numero il più sostenuto, e della maniera nobile, e degna, non deono se non esser laudate" (cfr. infra, p. 132)
14 - Cfr., G. GALILEI, Il saggiatore nel quale con bilancia esquisita e giusta si ponderano le cose contenute nella libra astronomica e filosofia di Lotario Sarsi sigensano, scritto in forma di lettera, in Roma, G. Mascardi, 1623 (ristampa anastatica Lecce, Conte, 1995). Sugli interventi di Stigliani nel Saggiatore, cfr. E. GARIN, nella Premessa alla ristampa, p. II.
15 - Il Goffredo, com'è noto, era un'edizione non autorizzata della Gerusalemme liberata pubblicata a Venezia (Cavalcalupo, 1580). Su di essa, Gimma scrive: "Il Tasso, nel Goffredo al canto 13 disse: "Parla ei così, fatto di fiamma in volto / e risuona più, c'huomo in sue parole, / E 'l pio Goffredo a pensier novi è intento / che neghittoso già non vole", il qual fallo è chiarissimo degli stampatori, o copiatori dovendosi leggere "E 'l pio Goffredo a pensier novi è volto" così nel 19 canto ove dice: "Argante, od arte, o sua ventura fosse / Sovra ha il braccio migliore, e sotto il muro. / Ma la man, ch'è più atta alle difese / Sottogiace impedita al Guerrier Franco" deve dire: "Ma la man, ch'è più atta alle percosse"" (pp. 109-110). Ma Gimma annota anche le discussioni che si erano sviluppate intorno al titolo e al soggetto - dove a costituire problema era ilmescolarsi di storia sacra e profana, di vero e il favoloso - dell'opera del Tasso: cfr. infra, pp. 114-115.
16 - Gimma lo troverà al suo fianco nella difesa di Carlo Musitano, cfr. M. CAMBI, Giacinto Gimma e la medicina del suo tempo. Storia di una polemica nella Napoli di Giambattista Vico, in "Bollettino del Centro Studi vichiani", XX(1990), pp. 169-184; F. SULPIZIO, Per una diversa genesi del moderno. Storia, favole e medicina in Giacinto Gimma, in F. A. Sulpizio (a cura di), Studi cartesiani. Atti del seminario "Primi lavori cartesiani". Incontri e discussioni, Lecce, 27-28 settembre 1999, Lecce, Milella, 2000, pp. 333-388.
17 - Il rinvio al 'foglio 108' è del medesimo Gimma.
18 - Cfr. infra, p. 115, dove Aristotele è esplicitamente citato: "Se possa un Poeta "pigliare per soggetto d'un Poema un'Istoria nota secondo i suoi particolari" potendosi ciò dubbitare, "perché o sarà detto dal Poeta come sta appunto" l'Istoria, e così "non sarà differente dall'Istorico secondo dice Aristotile; o sarà trattata diversamente alterando, e così sarà tenuto bugiardo"".
19 - Cfr. infra, pp. 174-179. In Sylva I versi tratti dai Carmina (pp. 177, 180-184) sono mescolati ad altri che potrebbero provenire da altra opera del medesimo Notarangelo. Nella seconda di copertina dell'esemplare dei Carmina posseduto dal notaio Giuseppe D'Addosio (su di lui, cfr. infra, p. 277) una annotazione fa riferimento a due Mss. di Notarangelo di cui si è perduta traccia: "Di Giambattista Notarangelo autore della presente Opera, si trovano ms Ludus metricus e L'asino pittagorico, ossia Riformatore delle Scienze, tomi 2 in 8a rima divisi in 3 libri, e continenti Canti XXIV quali copiati dall'autografo scritto, si conservano in Putignano dal Signor T.". Ringrazio Fabio Sulpizio per la preziosa segnalazione.
20 - Il titolo intero è: Exactissime caelestium motuum ephemerides ad longitudinem almae urbis et Tychonis Brahe Hypotheses ac dedictas e caelo accurate observationes ab anno 1641 ad annum 1700 […]. Praeter stellarum fixarum catalogum, extat tabula ortus et occasu praecipuarum ad borealis poli elevationem a gr. uno ad sexaginta. Item supputatae singulis diebus in meridie lunae latitudines, Patavii, typis Pauli Frambotti Bibliopolae, 1648.
21 - G. BELGIOIOSO, Premessa... cit., p. 3. Si deve precisare che queste pagine sono, comunque, di difficile lettura: l'inchiostro è sgranato (tranne che per i numeri delle pagine), la grafia confusa, la carta particolarmente consumata.
22 - Cfr., infra, pp. 161-173.
23 - Cfr., infra, pp. 255-259. Anche in Sylva III (cit., pp. 126-130) sono presenti stralci tratti da De exortu mundi partiumque ipsius; mentre Sylva IV si apre con il De qualitatibus occultis, pp. 1-19 del Ms.
24 - Cfr., infra, pp. 236-237.
25 - Cfr., infra, p. 1.
26 - Pars IV. Cfr. Œuvres de Descartes, 11 voll., a cura di J. Beaude, P. Costabel, A. Gabbey e B. Rochot, Paris, Vrin-CNRS, 1964-1974, VIII, p. 254.
27 - Cfr., infra, p. 95 dove Gimma cita dall'Ortus medicinae di Van Helmont.
28 - Cfr. M. CAMBI, Giacinto Gimma e la medicina del suo tempo…, cit.; F. SULPIZIO, Per una diversa genesi del moderno…, cit.
29 - In una lettera del 9 giugno 1714, ad esempio, Gimma scrive a Vallisneri: "Già non si trova in Venezia il Trattato delle Gemme di Boezio de Boot con tutte le diligenze fatte […]. Lo Scodero, che spesso lo copia, e 'l Boile, che lo cita con lode, me ne danno la notizia; ma prego Vostra Signoria Illustrissima, se può vederlo in qualche libreria di costì, a darmene la notizia, se anticheggia, ed avrei a caro, se avessi campo da impugnarlo in qualche caso" (cit. in G. BELGIOIOSO, Cultura a Napoli e cartesianesimo…, cit., p. 14).
30 - L. T. MARTIN, Somniale Danielis. An Edition of a Medieval Latin Dream Interpretation Handbook, Frankfurt a. M., Bern, Cirencester/U.K., 1981. Cfr. anche J. GRUB, Das lateinische Traumbuch im Codex Upsaliensis C 664 (9. JH.) : eine fruhmittelalterliche Fassung der lateinischen Somniale Danielis-Tradition: kritische Erstedition mit Einleitung und Kommentar, Frankfurt am Main [etc.], 1984
31 - Cfr. G. BELGIOIOSO, Premessa a G. GIMMA, Cit. Germain Marc'hadour segnala che la fonte del passo di Thomas More presente a p. 69 di Sylva III (citato da Valletta) dovrebbe essere un manoscritto piuttosto che da una copia a stampa.
32 - Cfr. G. BELGIOIOSO, Premessa a G. GIMMA, Cit., pp. 6-8.
33 - L'opera del Menochio, ad esempio, è uno zibaldone dove trovano posto gli argomenti più disparati e i racconti più curiosi: tra gli altri Se S. Luca Evangelista, oltre la professione di medico fosse anco pittore, e scultore (pp. 260-261 delle Stuore), Del sepolcro di Mahometto, e della calamita (Id. pp. 169-170), Di Desiderio Erasmo Roterdamo, e delle sue qualità (Id., pp. 135-136), Se quell'ippocentauro e quel satiro, che Sant'Antonio vidde nel deserto, come riferisce San girolamo nella vita di San Paolo, primo eremita, fu vero animale (Id. pp. 182-183), Delle vanità de' titoli con li quali li homini vogliono essere honorati (Id., pp. 191-193). Un altro è sicuramente
34 - Tra gli argomenti trattati, troviamo: Come si sieno abbreviate in diversi tempi sin dal principio del mondo le vite degli huomini, et che termini et limiti sono stati questi, et che ragion naturale può darsi di questo, raccontandosi historie, et essempi di alcuni huomini, che sono vissuti longo tempo et passarono i termini ordinari (pp. 455-459).
35 - Cfr. A. JURILLI, Editoria e Scienza in un carteggio di primo Settecento. Lettere di Giacinto Gimma ad Antonio Vallisneri (1705-1722), in G. Baroni (a cura di), L'enigma, la confessione, il volo. "Lettere" sommerse fra Sei e Novecento, Edizioni Otto/Novecento, 1992, pp. 56-58.
36 - Cfr. G. GIMMA, Sylva III…, cit., pp. 46-58.
37 - G. GIMMA, nel De Historica. Pars Quinta, in Nova Encyclopaedia…, cit., Ms. I 113, cc. 92r-120 v, la storia è definita in opposizione alla poesia in quanto alla prima spetta il dominio del vero, mentre alla seconda quello del verosimile. Cfr. G. BELGIOIOSO, Cultura a Napoli e cartesianesimo…, cit.; 'Una certa filosofia nomata comunemente moderna avvegnaché ella sia antichissima'. Il dibattito di fine Seicento a Napoli, in La variata immagine di Descartes. Gli itinerari della metafisica tra Parigi e Napoli (1690-1733), Lecce, Milella, 1999; F. A. SULPIZIO, Per una diversa genesi del moderno…, cit.
38 - Cfr. G. BELGIOIOSO, La variata immagine di Descartes, Lecce, Milella, 1999, cap. I, pp. 29-62; F. SULPIZIO, Per una diversa genesi del moderno…, cit.
39 - Cfr., infra, nota n. 6, p. 199: Praeludia quaedam de tragoedia, tragicis, et Seneca tragosediographo, in In L. Annei Senecae cordubensis poetae gravissimi tragoedias decem [...], amplissima adversaria, quae loco commentarii esse possunt.